Automatizzazione sempre più veloce: a rischio milioni di posti di lavoro e perdita di molte professioni.

Secondo recenti studi, si stima che il 14,9% del totale degli occupati italiani, pari a 3.2 milioni, potrebbe perdere il posto di lavoro nei prossimi 15 anni.

Per ridurre il rischio di arrivare ad una disoccupazione tecnologica, si dovrebbe puntare sulla non ripetitività del lavoro svolto, sulle capacità creative e innovative richieste per lo svolgimento delle mansioni, sulla complessità intellettuale e operativa delle attività svolte e le capacità relazionali e sociali.

Variabile culturale

L’intelligenza artificiale e i big data sono la punta di un gigantesco iceberg che in futuro attiverà un fiume di investimenti, generando colossali profitti a discapito della forza lavoro tradizionale che è destinata ad uscire dal mercato se non sarà in grado di riqualificarsi rapidamente. L’istruzione potrebbe essere l’unico deterrente a ridurre il rischio di vedersi sostituiti da una macchina; la variabile fondamentale, dunque, che sembra essere determinante per la riduzione del rischio di automazione, è il titolo di studio. I lavoratori senza titolo di studio presentano il rischio più alto (pari al 21%) seguiti dai soggetti con licenza media (rischio pari al 18%) e con diploma di maturità (rischio pari al 16%).

Tra gli occupati con formazione postuniversitaria all’aumentare del livello di specializzazione accademica si verifica una riduzione della percentuale di rischio di automazione. Incentivare quindi gli investimenti in Innovazione e Industria 4.0, essenziali per collocare l’Italia tra i Paesi early adopter delle innovazioni tecnologiche, trasformandola pertanto in un hub in grado di attrarre imprese e talenti; promuovere le attività di formazione e aggiornamento permanente su temi legati alle nuove tecnologie, strumenti indispensabili per garantire che i lavoratori possano utilizzare al meglio le nuove tecnologie e possano cogliere le opportunità che queste offrono.

Tutto ciò -però- potrebbe non essere una disfatta del lavoro umano davanti alla tecnologia, visto che le aziende interessate da questi cambiamenti stimano che il proprio personale coinvolto nella trasformazione in atto entro il 2022 sarà pari al 54%. Di questi il 13% avrà bisogno di nuova formazione per una durata inferiore a un mese, il 13% per un tempo compreso tra i 30 e i 90 giorni, e il 10% per un periodo stimato tra i 3 e i sei mesi. Invece coloro che avranno bisogno di aggiornarsi per un periodo compreso tra i 6 e i 18 mesi saranno circa il 9%, mentre i lavoratori che andranno incontro a processi di formazione per periodi pari o superiori ai 12 mesi si attesteranno intorno al 10 %.

Le non-variabili

Variabili che non sembrano -per il momento almeno- essere significative per la determinazione del livello di rischio di disoccupazione tecnologica sono invece il sesso, l’area geografica di residenza e la fascia di età di appartenenza del lavoratore.

A livello di età l’unico rischio pare essere legato ai giovani più che agli anziani: questo perché la maggior parte degli occupati over 65 ricopre posizioni a bassa operatività e ad alto contenuto strategico, quindi più difficilmente sostituibili da una macchina (Amministratore Delegato, Presidente, ecc.). Tra i giovani il livello di istruzione è spesso più basso, il che li espone al rischio di impiego in occupazioni poco complesse e routinarie.

Ma questa non è una partita che può essere lasciata solo in mano ai lavoratori e ai loro datori di lavoro, anche gli Stati dovrebbero pianificare le proprie attività per governare quella che si profila essere la quarta rivoluzione industriale. L’allarme è stato lanciato ieri a Ginevra con la presentazione del Rapporto sul Futuro del Lavoro dell’International Labour Organization. L’ILO sottolinea come l’innovazione tecnologica richiederà un sempre maggior aggiornamento professionale da parte dei lavoratori.

Per questo motivo l’International Labour Organization evidenzia la necessità di “aumentare gli investimenti in capitale umano e nelle politiche che aiuteranno le persone nella transizione da un lavoro all’altro, dato che più facilmente e più velocemente le competenze diventeranno obsolete. Bisogna inoltre – prosegue lo studio – riorganizzare i sistemi d’incentivi per le imprese in favore di strategie d’investimento a più lungo termine”. Gli Stati si dovranno anche preoccupare di creare una sistema di protezione sociale universale in grado di tutelare i cittadini nelle fasi di transizione tra un lavoro e l’altro.

Gli effetti sul PIL

Gli effetti negativi sull’occupazione si traducono in una contrazione dei consumi (8,6 mld di euro nell’arco di tempo considerato 2020-2025) e questa a sua volta si traduce in una riduzione del valore aggiunto (-14 mld di euro, corrispondenti a quasi un punto di PIL) e di conseguenza del gettito fiscale (-6 mld di euro).

Questi effetti crescono progressivamente, assumendo però che la perdita del posto di lavoro non comporti nell’immediato l’annullamento della spesa per consumi, grazie alla possibilità di attingere ai risparmi e alla presenza di ammortizzatori sociali.

Le più recenti ricerche ridimensionano l’ipotesi della fine del lavoro, almeno per ora, e pongono invece l’accento sulla necessità di investire quindi, ancora una volta, in istruzione e formazione per tutti, anche per gli adulti, e su forme di protezione di welfare adatte a salvaguardare chi perderà il lavoro a favore di un robot o di un algoritmo e non riuscirà a trovarne un altro.

Come sostengono in molti -forse più illuminati di altri- pare che l’innovazione tecnologica possa avere in futuro anche effetti positivi, poiché abilita la creazione di nuove professioni e addirittura nuova occupazione: ogni posto di lavoro creato nei settori che afferiscono alla tecnologia, alle life science e alla ricerca scientifica genera, secondo diversi studi, ulteriori posti di lavoro.

Questo significa che per bilanciare la perdita prevista, il nostro Paese dovrebbe creare in questi settori oltre 40mila nuovi posti di lavoro all’anno nel primo quinquennio, oltre 70mila nel secondo e quasi 95mila nel terzo. Numeri che potrebbero essere più contenuti se l’automazione procederà più lentamente rispetto allo scenario base, ma anche aumentare se subirà un’accelerazione.

Ferdinando Margiotta

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