Controversie legali, scandali, difficoltà in Borsa: gli ostacoli del successo di Uber

Dopo un’incredibile espansione iniziale, negli ultimi tempi la più famosa azienda di ridesharing è incappata in una serie di problematiche che potrebbero frenare, se non invertire, il suo percorso di crescita.

Fondata solo nel 2009, Uber Technologies ha da subito riscosso grande successo con i suoi servizi innovativi: la possibilità di offrire ed ottenere passaggi in auto relativamente sicuri a prezzi convenienti ed attraverso un’applicazione semplice ed intuitiva. L’espansione è stata tale che Uber è diventato uno dei simboli e dei pilastri della cosiddetta sharing economy, la recente tendenza al riuso e alla condivisione di prodotti e servizi attraverso la rete. Con la fama però sono arrivate anche le prime difficoltà per l’azienda: dalle proteste da parte di autisti e tassisti agli scandali interni, dalla competizione al relativo insuccesso dell’IPO, vediamo ora quali ostacoli Uber dovrà cercare di superare per mantenere la sua posizione nel mercato.

Il malcontento di autisti e tassisti

Il confronto con le associazioni rappresentanti i tassisti è parte integrante della storia di Uber, che già dopo pochi mesi di attività nel 2010 dovette rimuovere la parola cab (che vuol dire proprio taxi in inglese) dalla sua denominazione originale UberCab per evitare l’associazione con la categoria. Negli anni seguenti numerose dispute sono emerse tra l’azienda e i tassisti in tutto il mondo, inclusa l’Italia dopo che i servizi di ridesharing furono introdotti nel 2013. Le proteste si concentrano soprattutto sulla concorrenza sui prezzi, considerata sleale in quanto l’azienda riesce ad ottenere benefici fiscali maggiori rispetto agli autisti ‘tradizionali’, e sulla sicurezza dei passeggeri, che secondo alcuni è messa a repentaglio dal fatto che i guidatori Uber non hanno patenti adatte e non sono sufficientemente controllati. E molte delle manifestazioni hanno avuto successo nel far arrivare le loro richiese ai governi: i tassisti sono riusciti a far vietare il servizio in Germania, limitarlo in India, sospenderlo in Spagna per alcuni anni per poi reintrodurlo con regolamentazioni più severe. Un’altra categoria ‘vittima’ delle decisioni della compagnia californiana sono poi gli autisti stessi che offrono i loro passaggi attraverso l’applicazione: le loro richieste riguardano paghe più alte e maggiori protezioni e vantaggi contrattuali. In aggiunta alle spese legali che l’azienda deve sostenere per fronteggiare questi reclami, la possibilità che si renda necessario o obbligatorio aumentare i compensi e i benefit degli autisti esiste ed avrebbe un effetto considerevole sul modello di business di Uber, che potrebbe non essere più in grado di mantenere i prezzi concorrenziali che la caratterizzano.

Il co-fondatore Travis Kalanick e gli scandali interni

Ad intaccare la reputazione del colosso del ridesharing sono poi arrivate anche le rivelazioni riguardanti il comportamento e l’attitudine di alcuni importanti manager. Primo tra questi il co-fondatore ed ex-CEO Travis Kalanick: dubbi riguardanti la sua etica personale, che ha probabilmente influenzato l’azienda da lui portata al successo, cominciarono ad emergere nel 2013, quando rilasciò interviste contenenti commenti superficiali e sessisti. Testimonianze di questa mentalità furono in seguito ritrovate anche in una lettera interna da lui inviata in previsione di una festa aziendale. Grande rilevanza mediatica ebbe anche un articolo pubblicato da un’ex-dipendente nel 2017 che rivelava episodi di molestie sessuali e sessismo sul luogo di lavoro, eventi contro i quali, secondo l’autrice, l’azienda non aveva preso provvedimenti. Negli anni seguenti emersero ulteriori storie che testimoniavano la natura maschilista e amorale della cultura aziendale, inclusi numerosi altri casi di molestie. Le notizie si rivelarono talmente gravi per l’azienda da essere tra i motivi per cui nel 2017 gli azionisti chiesero le dimissioni di Kalanick e importanti cambiamenti nella cultura interna. La situazione sembra essere migliorata sotto la guida del nuovo CEO Dara Khosrowshahi, ma Kalanick appare ancora intenzionato ad influenzare le decisioni all’interno della ‘sua’ azienda.

La competizione con Lyft

Un altro tallone d’Achille di Uber è la competizione: se agli inizi l’idea era innovativa ed era facile competere con i taxi grazie all’immediatezza della comunicazione attraverso l’app, attualmente non è difficile per altre aziende lanciare sul mercato servizi identici o simili. Oltre alla fama, dovuta soprattutto al fatto di essere stata la prima sul mercato, Uber non ha fattori concreti che la differenzino da altre applicazioni e che la aiutino a mantenere la propria clientela, ed è così che aziende come Lyft sono riuscite a sottrarre importanti porzioni di mercato. Essendo i due servizi virtualmente identici, molti consumatori confrontano abitualmente entrambe le app per trovare l’offerta più conveniente, e questo spinge le aziende a mantenere prezzi molto bassi, con effetti deleteri sui profitti. Il successo di Lyft negli Stati Uniti è inoltre parallelo a quello di altri servizi a livello internazionale quali Bolt in Europa e Didi in Cina. Anche altri settori nei quali Uber ha cercato di diversificare le sue operazioni presentano problematiche simili: il food-delivery di UberEats è segmentato in miriadi di aziende come Deliveroo, Glovo e JustEat, mentre la ricerca nel campo delle automobili a guida autonoma è portata avanti anche da altri giganti come Google, Apple e Tesla. In quest’ultima sfera, inoltre, Uber ha incontrato ostacoli ancora maggiori in seguito all’incidente mortale che ha coinvolto uno dei suoi veicoli di prova e all’accusa da parte di Google di aver utilizzato senza autorizzazione tecnologie di sua proprietà.

Un IPO sotto le aspettative

Come ultimo segnale di una possibile inversione di tendenza per la crescita di Uber abbiamo il recente IPO, dall’inglese Initial Public Offering, cioè il momento in cui le azioni di un’azienda diventano per la prima volta disponibili al pubblico e possono essere acquistate presso la Borsa valori. L’IPO è un evento molto importante per Wall Street, in cui gli investitori prendono in considerazione tutte le informazioni disponibili sull’azienda e le assegnano un valore attraverso la compravendita di azioni. Quello di Uber dello scorso 10 maggio è stato uno dei più grandi degli ultimi anni e tra i più chiacchierati, data la popolarità internazionale dell’azienda. Il risultato delle prime ore di trading, però, ha portato il prezzo delle sue azioni intorno ai 45$, tra i valori più bassi tra quelli stimati in anticipazione dell’IPO, e non è mai cresciuto significativamente. Nel corso di questi pochi mesi di quotazione, invece, il valore di Uber in Borsa è invece lentamente sceso fino ad un minimo di circa 30$ agli inizi di settembre, dopo che l’azienda ha riportato perdite di 5.2 miliardi di dollari dovute principalmente alle spese relative all’apertura al New York Stock Exchange. Uber, in effetti, è ancora considerata un’azienda giovane che sta investendo massicciamente nella propria espansione, e per questo non si aspetta di realizzare dei guadagni ancora per molti mesi. Mentre la storia dei mercati finanziari ci insegna che la ripresa da un inizio così turbolento è possibile ed anche con risultati eccezionali come per Facebook, tutto dipende dalla capacità di Uber di risolvere i suoi problemi con autisti e concorrenti e di espandersi abbastanza da realizzare stabili profitti.

Elena Salina Borello

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