Disoccupazione giovanile dilagante: in Italia oltre 2 milioni di under 30 non studiano e non lavorano.

In Italia i disoccupati tra i giovani rappresentano circa il 22% del totale, dato estremamente allarmante per il paese.

Nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni a media europea si attesta al 12,5%, vedendo come miglior paese la Repubblica Ceca con soltanto il 2% di disoccupazione giovanile; il paese peggiore invece è la Grecia con un tasso vicino al 40%, seguita a breve distanza da Spagna e Italia.

La situazione europea

Con il termine NEETNot in Education, Employment or Training– individua la quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione.

In termini percentuali a giugno di quest’anno, il tasso dei senza lavoro aumenta di 0,1 punti percentuali sia nell’UE a 27 (a 7,1%) sia nell’UE a 19 (a 7,8%), per un totale di 15 milioni tra uomini e donne alla ricerca di un impiego, di cui 12,6 milioni nell’area della moneta unica.

In Europa la media della disoccupazione giovanile fra tutti i Paesi, considerando la fascia di età 15-29 anni, è del 12,5%. Se invece si tiene conto dell’insieme tradizionale, cioè il segmento dei giovani fra i 15 ed i 24, la percentuale sale al 15,2%. Sempre guardando al gruppo compreso tra i 15 e i 24 anni, il peggior Paese europeo per disoccupazione giovanile è la Grecia, con un tasso addirittura vicino al 40% nel primo semestre 2020, seguono la Spagna, al 32,7%, e l’Italia al 31,4%. Il miglior risultato, invece, si registra in Repubblica Ceca, che conta solo circa il 2% totale di giovani NEET. Al secondo posto si stabilisce la Polonia con il 2,9%, e a terzo posto l’Olanda, con il 3%.

L’istituto di statistica europeo ricorda che l’aumento dei dati di disoccupazione giovanile dell’anno in corso si spiega per due ragioni: da una parte le misure iper-restrittive dovute al diffondersi del COVID-19 applicate da marzo 2020 “hanno innescato un forte aumento del numero di richieste di indennità di disoccupazione in tutta l’UE”, contribuendo a far crescere il livello dei senza lavoro. Dall’altra parte una fetta significativa di coloro che si erano registrati nelle agenzie per il lavoro, non era più attivamente alla ricerca dello stesso, passando dalla categoria dei disoccupati a quella degli inattivi. Adesso, dopo i mesi duri di lockdown, si cerca di uscire dallo stato dell’inattività e si torna a cercare un impiego.

I dati in Italia

Secondo i dati raccolti nel rapporto ISTAT sui livelli di istruzione in Italia, pubblicato a luglio 2020 e rielaborato dal Corriere della Sera, nel 2019 il tasso di giovani fra 15 e 29 anni inattivi è stato del 22,2%, con circa 2 milioni di persone coinvolte. Il problema riguarda soprattutto il sud della Penisola ma non solo. La situazione è in miglioramento rispetto al 2018, con un calo di disoccupati giovani dell’1,2%. Tuttavia, con la crisi della pandemia che ha colpito gravemente il paese, è previsto un importante peggioramento per tutto il 2020. L’Italia si dimostra però divisa anche su questo fronte: al sud persiste infatti uno stato di grave crisi del lavoro e a risentirne sono -come sempre- i giovani. Il nord, a parte qualche eccezione, si dimostra in linea con la media europea, dimostrandosi ancora una volta in controtendenza con gli standard meridionali.

Considerando poi i ragazzi fra i 15 ed i 24 anni, che sono quelli per convenzione considerati nei dati ufficiali sulla disoccupazione giovanile, il quadro peggiora. L’Italia, in questo indicatore, arriva oltre il 30%.

L’Italia è il terzo peggior Paese d’Europa per disoccupazione giovanile, con punte alte soprattutto -come già sottolineato- nel Mezzogiorno. Le due peggiori regioni d’Italia per l’attività dei giovani risultano essere, a pari merito, la Sicilia e la Campania, con una percentuale di oltre il 53,6% nel 2019. La migliore è invece il Trentino, che conta il 15,3% nella provincia autonoma di Trento ed il 9,2% nella provincia autonoma di Bolzano.

A fotografare perfettamente la condizione dei giovani italiani è uno studio della fondazione Leone Moressa, che elabora gli ultimi dati Eurostat. Cosa emerge? Seppure sul fronte dell’istruzione l’Italia registri dei miglioramenti, resta molto indietro rispetto al resto della comunità europea. “Con la strategia Europa 2020, scrivono i ricercatori, la Commissione Ue, in ambito educativo, prevedeva nel 2010 due obiettivi da raggiungere entro il 2020: ridurre l’abbandono scolastico e aumentare la percentuale di laureati. L’Italia li ha raggiunti entrambi.  Tuttavia, il gap tra il nostro Paese e la media Ue è ancora molto ampio: oltre 3 punti per l’abbandono scolastico, addirittura 14 per la percentuale di laureati. Osservando poi nel dettaglio, emerge una situazione peggiore tra i maschi: in Italia il tasso di laureati varia tra il 21,6% dei ragazzi e il 33,8% delle ragazze. Il tasso di abbandono scolastico va invece dall’11,5% delle femmine al 15,4% dei maschi”.

Non stupisce, alla fine dell’analisi, il forte aumento di giovani emigrati negli ultimi anni: 320mila tra il 2009 e il 2018; in particolare il numero di giovani emigrati dall’Italia era sotto quota 20mila all’anno fino al 2011, per superare quota 40mila a partire dal 2016.

Approfondimento

I dati relativi alla disoccupazione giovanile indicano il livello di attività medio registrato fra i giovani. Una percentuale alta può indicare, quindi, un problema nel medio e lungo termine dal punto di vista economico.

Per un ragazzo sotto i 29 anni, essere considerato un NEET significa che avrà scarse competenze lavorative, andando a peggiorare nel tempo la qualità dell’offerta nel mercato del lavoro di un Paese. Tuttavia, non va trascurato il fattore del lavoro in nero.

Il tasso di disoccupazione giovanile può anche essere indice di una probabile maggiore o minore diffusione del lavoro illegale, oltre che di una situazione economica negativa. La pratica di “assumere” a lavorare personale in nero, al fine di evadere le tasse, è molto diffusa in Italia, soprattutto nel Meridione. Inoltre, in un Paese con tante aziende a conduzione familiare spesso i ragazzi iniziano a lavorare in maniera “informale”, per poi essere messi in regola in un secondo momento. Il lavoro sommerso di fatto altera non poco, in particolare in Italia, i dati relativi a disoccupazione e disoccupazione giovanile.

La disoccupazione giovanile nel sud Italia supera il 50%. In pratica, un giovane meridionale su due non lavora. L’allarme è lanciato da una ricerca condotta da Confindustria in collaborazione con SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (Centro studi del Gruppo Intesa Sanpaolo), secondo cui l’emergenza lavoro per i giovani, che ha mostrato l’istantanea del Sud degli ultimi anni, non accenna a ridursi, sebbene solo un quarto circa delle domande di reddito di cittadinanza presentate facciano riferimento a persone di età inferiore a 40 anni.

Al Mezzogiorno, i disoccupati sono circa 1,5 milioni, mentre molti di più sono gli inattivi.

Il tasso di attività si ferma al 54% e quello di occupazione al 43,4%. La disoccupazione giovanile, invece, raggiunge il tasso record del 51,9%. La ricerca mette in risalto tutte le difficoltà del 2018 e dell’intero 2019. Il primo trimestre dell’anno è infatti il terzo di fila a far segnare un andamento negativo, con gli occupati al Sud tornati sotto la soglia dei 6 milioni, con un calo nella maggior parte delle regioni, tranne Molise, Puglia e Sardegna.

Nell’analisi si teorizza “una nuova politica centrata sull’impresa” quale “la rivoluzione di cui il Sud ha bisogno”. Secondo lo studio, tale rivoluzione “già nell’immediato dovrebbe vedere delle necessarie azioni, a partire dal rapido avvio delle Zone Economiche Speciali, per dare ulteriore impulso agli investimenti nel Mezzogiorno dal punto di vista imprenditoriale e logistico portuale, e dal rilancio del credito d’imposta per gli investimenti al Sud”.

Ferdinando Margiotta

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