Gli incubatori per startup: la manna dal cielo per il business innovativo

Gli incubatori hanno da sempre rappresentato un vero e proprio punto di svolta radicale per le startup, accelerando (letteralmente) a ritmi impressionanti il loro business. Come funzionano, quindi?

Sicuramente avrete sentito parlare almeno una volta dell’ Y Combinator: un luogo pieno di menti giovani e geniali, pronte ad innovare e cambiare il mondo; creato e fondato da altrettante persone importanti del mondo innovativo, quali il rinomatissimo Paul Graham per citarne uno. Giusto per fare un esempio, infatti, dal famoso incubatore della Silicon Valley sono uscite aziende radicali ed importanti – come AirBnB, DropBox, Twitch, Reddit e tante altre – delle quali oggi non potremmo davvero stare senza! Ma cosa sono, fanno e rappresentano, dunque, queste particolari aziende?

Cosa sono gli incubatori

Secondo la definizione data dalla Commissione Europea, i business incubators sono delle organizzazioni che accelerano e rendono sistematico il processo di creazione di nuove imprese, fornendo loro tutti gli strumenti necessari: dallo spazio fisico in cui lavorare, alla consulenza e altri servizi utili allo sviluppo dell’impresa. Il loro business model consiste, in breve, nel selezionare le più meritevoli tra le startup che si sono proposte (ovvero quelle potenzialmente più scalabili e innovative, che meglio possono diventare super profittevoli entro qualche anno) e fornire loro soldi, consulenza e altri tools utili per lo sviluppo più veloce possibile del loro business. Non si comportano, quindi, solo come un “comune” fondo d’investimenti, ma vanno oltre a fornire una vera e propria spinta decisiva: da qui anche il termine di “acceleratori”.

Logicamente, però, nulla viene fatto gratis! Quello che gli incubatori richiedono sono, infatti, quote o azioni della startup, con clausola che la stessa dopo tot anni venga venduta o entri nel mercato azionario. L’idea alla base è quella, infatti, di investire un certo numero di soldi perché questo si moltiplichi negli anni a venire e le azioni vengano vendute, alla fine, al miglior offerente. È assai comune, infatti, che le startup di successo arrivino a far crescere il valore dell’azienda di 60/80 volte nel giro di solo qualche anno!

Il processo di incubazione

Il cuore dell’incubatore è, quindi, il suo processo di incubazione. Lo stesso si articola principalmente in 3 fasi:

  1. La selezione delle startup
  2. Il percorso di accelerazione
  3. L’exit

Nella prima parte molte startup si propongono all’incubatore, le quali poi dovranno affrontare un lungo e arduo processo di selezione per venire ammesse all’interno dello stesso. Verranno considerate, infatti, le aziende potenzialmente più redditizie e innovative. Dunque, la commissione di valutazione andrà a guardare parametri quali: la scalabilità del profitto, l’interesse (o bisogno) del mercato, la potenzialità innovativa dell’idea, il team e le sue competenze, etc.

Successivamente, una volta selezionati, si entra nel processo di accelerazione: il cuore dell’intero business model dell’incubatore. In questa fase, alle startup vengono forniti quanti più strumenti possibili: soldi, consulenze, seminari, tutor, opportunità di network e quant’altro. Qui spetta solo alla C-Suite (ovvero la componente manageriale) della startup sapere come cogliere e gestire tali opportunità. La stessa, infatti, è messa sotto torchio dai supervisori dell’incubatore: bisogna infatti lavorare a ritmi elevatissimi e riportare ogni singola task compiuta o risultato raggiunto. Non bisogna dimenticare, infatti, che anche se dentro l’incubatore, se non si tiene il ritmo richiesto c’è il rischio di esser cacciati via e perdere una grandissima opportunità.

L’exit: la fine del percorso

Se si riesce a sopravvivere all’intero processo e a dimostrare di essere un’ottima startup, la relazione con l’incubatore si concluderà in un solo modo: l’exit. In gergo, è il termine usato per indicare la vendita delle proprie azioni della startup, per cui si dovrebbe avere un elevato ritorno su quanto investito. Considerati i ritmi di crescita delle startup e il moltiplicatore d’investimenti, quelle migliaia (in genere si parla di centinaia di migliaia) di dollari investiti ora dovrebbero valere tranquillamente qualche decina di milioni di dollari. Non a caso, infatti, l’exit è anche la ragione per cui i founder di startup passano dall’essere sfegatati geek a giovani e famosi multimilionari.

La vendita delle quote può avvenire attraverso due canali, fondamentalmente: o si vende la propria quota ad un’altra azienda – anche se raramente le startup vengono acquistate a pezzi e non direttamente al 100%, quindi interamente; o la startup entra nel mercato azionario con un IPO e il tutto viene venduto in borsa.

La differenza tra i due canali di vendita consiste (ed è verosimilmente decisa, infatti) dal tenere o meno il management originario della startup. Nel caso, quindi, in cui i founders volessero continuare a far crescere l’azienda e amministrarla – una volta raggiunto il tempo limite per cui devono vendere le quote – allora l’unica alternativa è quella di essere quotati nel mercato borsistico. Viceversa, se lo scopo è quello di incassare, si vende l’azienda al miglior offerente, godendosi i frutti maturati dal lungo e sudato processo.

Marco Piludu

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