La nascita di un nuovo impero: la Cina e gli investimenti in Africa.

Negli ultimi vent’anni, Pechino ha ottenuto una grandissima e sempre crescente influenza economica e politica sugli stati africani.

La Cina, dai primi anni 2000 ad oggi, ha speso circa duemila miliardi di dollari nel continente africano; questi soldi sono serviti soprattutto per la costruzione di infrastrutture che possano permettere un enorme sviluppo economico della regione.

È inoltre il principale partner commerciale di quasi tutti i paesi del continente, avendo un giro d’affari di circa 100 miliardi l’anno.

Aiuti e prestiti

Gli investimenti cinesi in Africa spesso sono presentati come aiuti da parte del governo. Questo però sulla carta, perché nella realtà si tratta di prestiti secondo degli accordi impostati quasi tutti in modo simile: Pechino paga soprattutto per la costruzione di porti, strade, autostrade, ponti e altre infrastrutture che consentano il trasporto. I progetti riguardano 30 mila chilometri di autostrade, 85 milioni di tonnellate all’anno di attività portuali, oltre 9 milioni di tonnellate al giorno di capacità di pulizia dell’acqua e circa 20 mila megawatt di generazione d’energia, oltre alla creazione di circa 900 mila posti di lavoro. La clausola chiave dei contratti è legata però alla proprietà di tali opere, che passa al governo cinese nel caso in cui lo Stato interessato non riuscisse a ripagare in tempo il debito.

Un esempio di ciò è rappresentato dal porto di una cittadina dello Sri Lanka; il governo locale non riuscì a restituire i soldi alla Cina entro e scadenze prefissate e la proprietà passò così sotto il governo di Pechino nel 2017.

Quelle cinesi sono opere ben visibili e quindi utili anche ai politici africani che ottengono così rapido consenso, ciò quindi spinge molti dei governi africani ad accettare prestiti -per fini elettorali o per ottenere il favore de popolo- senza però essere in grado spesso di ripagarli.

Così la Cina possiede le infrastrutture chiave degli stati più poveri e ottiene il consenso e la fiducia di quelli più ricchi e forti.

Gli interessi della Cina in Africa

Analizzando i risultati negli ultimi vent’anni di cooperazione con l’Africa si possono individuare tre aree di interesse principale per la Cina: l’acquisizione di materie prime, l’apertura di mercati emergenti e il supporto africano nelle istituzioni internazionali.

Per quanto riguarda le materie prime, la Cina riceve dall’Africa più del 30 per cento del suo intero volume di importazione di petrolio, oltre a rame, uranio, coltano, oro, argento, platino e legname. Per la leadership cinese, sensibile all’ideologia maoista dell’autosufficienza, è fondamentale poter contare su una disponibilità energetica (e alimentare) continua, cioè in quantità sufficiente a un prezzo accessibile.

La seconda ragione che spinge la Cina in Africa è la potenzialità rappresentata dall’apertura di nuovi mercati per assorbire la sovrapproduzione del sistema economico cinese: se ci concentriamo sul petrolio, sfuggirà l’elemento essenziale di quel che i cinesi stanno facendo in Africa dove hanno investito in settori chiave, come le infrastrutture, le telecomunicazioni, il tessile, il turismo, l’industria agro-alimentare. Senza dimenticare la possibilità di aggirare la politica restrittiva delle quote commerciali. Siccome l’Occidente limita le importazioni di merci dalla Cina, gli imprenditori cinesi aprono fabbriche in Africa usando materiali e macchinari cinesi, ma personale locale: i vestiti sono ufficialmente «made in Africa» così è più facile vendere negli Usa e nella Ue.

Senza dimenticare infine la terza ragione, e cioè, la ricerca di alleanze diplomatiche: l’importanza strategica dell’Africa sta nel suo vantaggio numerico quale più grande singolo raggruppamento di Stati (54) e nella tendenza a votare in blocco in contesti multilaterali come l’Onu e le sue agenzie

Corsa al nuovo oro

Le società minerarie cercano di conquistare nuovi siti estrattivi per il litio, principale componente per le batterie, nei giacimenti in Congo, Namibia, Niger, Costa d’Avorio. In generale tutti i prezzi delle materie prime legate alle auto elettriche sono alle stelle: le società minerarie aumentano i loro ricavi e la capitalizzazione di Borsa.

In questa nuova corsa dell’oro il principale destinatario dei minerali africani è la Cina. Le auto elettriche sono una delle aree principali di sviluppo del piano Made in China 2025. La Cina è divenuta in pochi anni il primo mercato mondiale dell’automotive superando anche gli Stati Uniti nel 2015. L’industria delle batterie per veicoli elettrici è giudicata strategica dal governo che punta a conquistare la supremazia mondiale. «Le batterie al litio sono state inventate dai giapponesi e perfezionate dai coreani. Ora però saranno i cinesi a prendersi il mercato grazie agli aiuti all’industria da parte del governo», dice Mark Newman, analista di Bernstein.

Finora il mercato è stato dominato dalla giapponese Panasonic e dalla coreana LG. Panasonic è ancora il primo al mondo nelle batterie per auto elettriche, sta costruendo il mega stabilimento di Tesla in Nevada, la Gigafactory. Ma i cinesi avanzano. Contemporary Amperex Technology ltd (Catl) società creata nel 2011 dall’ingegnere Zeng Yuqun, che ha sede a Ningde, è già il primo fornitore di batterie nel più grande mercato per le auto elettriche, la Cina. Ma sta pensando a una Ipo per crescere e assicurarsi forniture da marchi europei e americani.

Catl è valutata 20 miliardi di dollari. Punta a quotare il 10% del capitale per raccogliere due miliardi di dollari. Fondi che serviranno a finanziare la realizzazione di un mega stabilimento produttivo per le batterie a Ningde. Il nuovo stabilimento quintuplicherà la produzione di Catl facendola salire al primo posto nella classifica mondiale tra i produttori di batterie elettriche, addirittura prima dell’attuale leader Tesla.

Risvolti negativi

Prendiamo l’esempio di uno dei più grandi stati africani: il Congo. Un Paese instabile, abituato a entrare e uscire dalle guerre civili, con una mappa mineraria infinita e una lunga storia di sfruttamento delle risorse naturali cominciata nell’era coloniale. «L’Africa è una magnifica torta da spartire»: la celebre, quanto infelice frase del Re Leopoldo II del Belgio al Congresso di Berlino del 1876 tra le potenze coloniali, ha fatto storia.

Da allora non molto è cambiato. Il colonialismo ora è di tipo economico, con il Paese che annega nella corruzione. L’attività mineraria, soprattutto quella fatta dalle piccole aziende meno controllate di quelle internazionali, o dai subfornitori di qualche grande società, sottopone le comunità locali a livelli di esposizione ai metalli tossici mai visti prima, che inquinano i terreni e le falde acquifere. In Africa aumentano le neoplasie, malattie quasi sconosciute fino a qualche anno fa, ora anche tra i bambini. Aumentano anche le malformazioni tra i neonati.

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