L’età di un iPhone si misura in mesi: la doppia strategia di obsolescenza programmata di Apple

Il prodotto più venduto dalla più grande azienda di elettronica al mondo non potrebbe raggiungere le sue attuali quote di vendita se non fosse in grado di portare il consumatore all’acquisto di un nuovo modello prima che il suo attuale smartphone compia due o tre anni

Le frasi ‘una volta i cellulari/le lavatrici/i televisori duravano 10/20/molti anni’ e ‘ai miei tempi le cose si riparavano, non si buttavano via’ sono pronunciate molto spesso, soprattutto da coloro che hanno superato la soglia dei 50 anni. Queste affermazioni non sono del tutto infondate: la causa di questo cambiamento generazionale, però, non è da cercare solo in una questione culturale e di atteggiamento legata al consumismo, ma deriva da strategie precise di produzione e marketing ormai adottate da quasi tutte le aziende. Vediamo insieme come funziona l’obsolescenza programmata attraverso uno dei suoi esempi più famosi: l’iPhone di Apple.

La corsa al nuovo modello

Tutti ricordiamo le immagini di piccole folle radunate davanti agli Apple store delle grandi città dei cinque continenti in attesa dell’uscita dell’ultimo modello di iPhone, e molti di noi conoscono qualcuno che ad ogni nuovo lancio non aspetta che poche settimane prima di effettuare l’upgrade.
Anche se i nuovi arrivi negli store non fanno più notizia come quelli dei primi dispositivi, presentati nell’ormai lontano 2007, la storia si ripete ogni anno più o meno uguale: Tim Cook, o Steve Jobs quando era in vita, spiega tutte le innovazioni e illustrano il design del nuovo smartphone dall’iconico palco nero della sede Apple, e in poche settimane nei negozi tornano a formarsi le code ed è facile incontrare qualcuno che sta racimolando i risparmi per potersi permettere il nuovo oggetto del desiderio.
Tutto ciò è dovuto alle sapienti strategie di comunicazione dell’azienda di Cupertino, che riesce meglio e più rapidamente di chiunque a rendere i propri prodotti in versioni precedenti obsoleti agli occhi del consumatore, nonostante a volte gli effettivi miglioramenti in termini di performance siano difficili da notare per l’utente medio. Nel giro di tre anni, infatti, qualsiasi modello può essere considerato ‘antiquato’, e la pressione sociale per passare ad una versione più attuale è per molti significativa.

Tecnologie progettate per non durare

La capacità di invogliare i propri clienti a continuare ad acquistare i nuovi prodotti attraverso il marketing e a miglioramenti incrementali poco significativi è però solo una parte del fenomeno dell’obsolescenza programmata, che punta appunto a rivendere periodicamente i manufatti di un’azienda agli stessi consumatori, per mantenere alti i livelli di vendite.
Una seconda strategia volta al raggiungimento di questo obiettivo di riduzione del ciclo vitale del prodotto è invece nascosta tra le componenti dell’oggetto stesso: esso è prodotto con materiali scadenti o utilizza tecnologie che si deteriorano rapidamente. Progettato, appunto, per avere vita breve. Per aumentare ancor di più le probabilità di acquisto di una nuova versione del prodotto, inoltre, le aziende cercano di impedire in tutti i modi una riparazione casalinga o presso tecnici non autorizzati per poi portare alle stelle i costi di riparazione ‘ufficiali’.
Si può dire che Apple metta in pratica tutte queste strategie: gli iPhone, ad esempio, furono tra i primi cellulari a non permettere agli utenti di aprire la scocca per operazioni semplici come la sostituzione della batteria. L’impressione che le prestazioni di questi smartphone diminuiscano in tempi relativamente brevi, inoltre, è stata confermata da una sentenza dell’Antitrust, che lo scorso anno ha condannato Apple al pagamento di una multa da 10 milioni di euro in seguito all’introduzione su iPhone di aggiornamenti software che avrebbero significativamente ridotto le prestazioni dei modelli più vecchi.

Non solo Apple e non solo smartphone

Apple naturalmente non è l’unica azienda ad adottare queste pratiche: la già menzionata sentenza dell’Antitrust coinvolgeva anche un altro grande produttore di smartphone, Samsung, e ci si può aspettare che altri brand attuino strategie simili. I tempi dell”indistruttibile’ Nokia 3310 sembrano infatti essere molto lontani.
L’obsolescenza programmata non è nemmeno un’invezione della casa di Cupertino o una prerogativa dei mercati high-tech: il termine infatti fu introdotto nel 1932 e proposto come possibile soluzione alla Grande Depressione iniziata nel 1929, che aveva tra le sue cause elevati livelli di produttività accompagnati da una domanda in calo. In larga scala ed in ogni settore, infatti, la commercializzazione di prodotti troppo durevoli è pericolosa per le aziende: una volta che tutti i potenziali clienti hanno acquistato il bene, se esso non smette di funzionare o non viene proposta una versione migliore, il mercato si definisce saturo e le vendite crollano.
A godere dei benefici di queste strategie sono quasi esclusivamente le aziende, e per questo l’obsolescenza programmata incontra l’opposizione di regolatori ed istituzioni a tutela dei consumatori. Un altro importante costo di queste pratiche è l’impatto ambientale: i modelli resi obsoleti hanno una grande probabilità di diventare rifiuti. L’opposizione degli ecologisti, dunque, potrebbe portare in futuro a regole ancora più severe per prevenire l’implementazione di queste strategie.

Elena Salina Borello

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