PMI pre e post Covid-19: qualcosa è cambiato dopo questi mesi di quarantena?

Le imprese medio-piccole, che sappiamo essere il vero motore dell’imprenditoria italiana, non son state risparmiate dagli effetti devastanti causati dalla pandemia globale che per mesi ha attanagliato l’intero paese.

Il primo gennaio del 2005 è entrata in vigore una nuova definizione ufficiale di PMI.La categoria delle microimprese, delle piccole imprese e delle medie imprese (PMI) è costituita da quelle imprese che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro.

La realtà Italiana

Le piccole e medie imprese, impiegano l’82% dei lavoratori in Italia e rappresentano il 92% delle imprese attive. Questi numeri fanno delle PMI un pilastro fondamentale del tessuto economico italiano e riflettono tradizioni e imprenditorialità diffuse nell’intero territorio.

Secondo le ultime stime di Prometeia, si contano circa 5,3 milioni di PMI che danno occupazione a oltre 15 milioni di persone e generano un fatturato complessivo di 2.000 miliardi di euro.

Le loro attività si concentrano nei i settori dei servizi, dell’edilizia e dell’agricoltura, qui troviamo addirittura il 72% dei dipendenti delle PMI in Italia. Vale la pena notare come queste abbiano un ruolo addirittura fondamentale nell’economia di alcuni territori -come per le regioni meridionali ad esempio- in cui esse rappresentano circa l’83% della produzione rispetto a un contributo medio nazionale del 57%; anche il peso in termini di occupazione supera ampiamente quello medio dell’intero territorio italiano, attestandosi al 95%. L’impatto economico delle PMI non può essere valutato considerando solamente il loro coinvolgimento diretto, ma va considerata l’intera filiera che ne deriva. Non va infine dimenticato che il contributo delle piccole-medie imprese, va ben oltre l’aspetto meramente economico, occupando anche un posto fondamentale nella vita culturale e sociale del nostro paese.

Differenze con il resto d’Europa

In Italia, le imprese medio-piccole hanno circa il 45% degli occupati, contro il 30% della Francia, il 19% della Germania ed il 29,5% della media UE. Le PMI occupano il 21% del totale di mercato, valore in linea con il 20% rappresentato dalla media UE e a quello della Spagna, di poco superiore al 19% invece quello della Francia.

Il divario più consistente rispetto agli altri stati membri emerge invece in termini di produttività tra i diversi comparti. Le imprese sotto ai 10 dipendenti -le quali rappresentano la parte fondamentale del tessuto imprenditoriale italiano- hanno una produttività di molto inferiore alle omologhe europee: generano in media un valore aggiunto di 30mila euro per addetto, contro i 46mila di Francia e Germania e i 35mila della media europea. Tra i Paesi europei solo Spagna (25mila) e Polonia (10mila) fanno peggio.

Il ritardo nei pagamenti rappresenta un forte elemento di differenza, sicuramente non vantaggioso, per la realtà delle piccole imprese italiane rispetto al resto d’Europa.

Il divario rispetto alla puntualità con la quale le imprese degli altri Paesi europei saldano i conti con i propri fornitori è ancora piuttosto rilevante, ma il problema dei ritardi nei pagamenti nel corso degli ultimi anni ha iniziato ad essere meno gravoso rispetto al passato. Stando a quanto si legge nel Rapporto Cerved, tra i 2018 e il 20129 le piccole e medie imprese hanno pagato con maggiore puntualità i propri fornitori sia rispetto al passato che rispetto alle grandi imprese.

Un altro problema ricorrente riguarda i mancati pagamenti; alla fine del primo semestre 2019 risultavano ancora da saldare 1,9 milioni tra fatture in scadenza nel trimestre e arretrati dei mesi precedenti, per un valore di quasi 5,2 miliardi di euro.

Le fatture completamente saldate risultano essere pari ad un totale di 996 milioni di euro, alle quali corrisponde una quota di mancati pagamenti pari al 19,2%, in leggero calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato, che prosegue una tendenza positiva avviata quindi soltanto lo scorso anno, rappresenta il valore più contenuto dal 2012.

Le medie imprese, tradizionalmente più virtuose delle piccole da questo punto di vista, nettamente in controtendenza, registrano invece un maggior numero di pagamenti non saldati: le fatture di nuova emissione non ancora saldate erano pari al 31,4% alle fine di giugno, contro il 27,1% delle piccole imprese ed il 45,9% delle grandi imprese.

Pressione fiscale

Secondo i dati elaborati dalla CGIA di Mestre, pubblicati il 4 gennaio 2020, le piccole e medie imprese italiane devono far fronte al 59,1% del carico fiscale.

Un divario enorme nei confronti delle multinazionali del web presenti in Italia, che registrano una tax rate del solo 33,1%.

I dati presi in considerazione dall’Ufficio Studi della CGIA si riferiscono al 2018, ma il quadro che restituiscono è ben chiaro: le piccole e medie imprese in Italia devono sottostare a una pressione fiscale quasi doppia rispetto ai colossi mondiali.

In Europa, secondo i dati della Banca Mondiale, solo la Francia registra una pressione fiscale delle imprese superiore a quella italiana.

Una vera e propria ingiustizia, commenta il coordinatore dell’Ufficio Studi della CGIA Paolo Zabeo:

“Non tanto perché su questi ultimi (i giganti tecnologici, ndr) grava un peso fiscale relativamente contenuto, ma per il fatto che sulle nostre PMI il peso delle tasse e dei contributi è tra i più elevati d’Europa.” La media europea invece si aggira intorno al 42,8%, con ben 16 punti percentuali in meno rispetto a quanto imposto in Italia.

E’ difficile aspettarsi in futuro dei cambiamenti in positivo per quanto riguarda la pressione fiscale sulle piccole e medie imprese in quanto anche se la Legge di Bilancio è riuscita a scongiurare l’aumento dell’IVA per il 2020, lo spettro dell’innalzamento delle aliquote rimane in agguato per il 2021. Dunque, anche la prossima manovra finanziaria è in buona parte già vincolata da questo impegno così importante, cioè trovare di nuovo le risorse per sterilizzare le clausole IVA.

Per questi motivi sarà molto difficile recuperare altre risorse per ridurre in misura abbastanza significativa le tasse su tali imprese.

Gli aiuti nel decreto Cura Italia

Le piccole-medie imprese non sono state di certo risparmiate dalla pandemia, anzi, sono proprio tali aziende che hanno risentito maggiormente della totale chiusura da lockdown. Per questo sono stati previsti diversi aiuti, agevolati e di facile reperibilità per tali categorie di imprese.

Da quanto si legge nella Gazzetta ufficiale “il potenziamento del Fondo di Garanzia PMI: (con ulteriori misure per la liquidità delle imprese) 1 miliardo in più di plafond, garanzie statali per la moratoria sui finanziamenti bancari, sostegno fiscale per la cessione dei crediti deteriorati, garanzia massima per singola impresa fino a 5 milioni di euro. In particolare, moratoria su prestiti e finanziamenti di PMI e microimprese penalizzate dalle misure anti-Covid-19 (su richiesta alla banca) con garanzia pubblica al 33%.”

Si tratta di particolari tipologie di finanziamenti così suddivisi:

finanziamenti per un importo fino a 25.000€garantiti al 100% dal Fondo Centrale di Garanzia. E’ possibile richiedere tali finanziamenti con le seguenti caratteristiche:

durata massima di 72 mesi, preammortamento di 24 mesi e tassi di interesse e commissioni che tengono conto della copertura dei soli costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria.

Un contributo simile -erogato dalle camere di commercio- si inserisce nell’ambito delle iniziative promozionali a favore del tessuto imprenditoriale adottate dal sistema camerale nazionale in attuazione dell’art.125 del Decreto “Cura Italia” a cui fa riferimento anche l’art.62 del decreto “Rilancio”. Il provvedimento ha, infatti, previsto la possibilità per le Camere di commercio di realizzare specifici interventi per contrastare le difficoltà finanziarie riscontrate delle PMI e facilitarne l’accesso al credito.

I contributi saranno erogati una tantum dalle Camere di commercio aderenti all’iniziativa, attraverso un apposito bando, con copertura di una quota o dell’intero valore degli interessi pagati per esigenze di liquidità, consolidamento delle passività a breve e investimenti.

La procedura “a sportello” adottata, secondo l’ordine cronologico di presentazione della domanda, e l’applicazione di una snella istruttoria tecnico-amministrativa dovrebbero assicurare, peraltro, tempi estremamente ristretti per la concessione dei contributi alle imprese.

Ferdinando Margiotta

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