Sharing Mobility: tutti la usano ma nessuno sa bene come funziona

Nelle maggiori città italiane è ormai presente da diverso tempo un servizio di condivisione di automobili, scooter, biciclette e monopattini elettrici. Questi servizi di sharing stanno rivoluzionando il settore dei trasporti, arrivando al compromesso perfetto tra comodità e risparmio.

Per chi vive nelle grandi città è una normalità, per chi non ci vive invece è un’esperienza nuova, ma tutti sanno cosa sia il Sharing Mobility. Che sia sotto forma di automobile, scooter, bicicletta o monopattino elettrico, la sostanza è sempre la stessa: tramite un’applicazione si noleggiano mezzi di trasporto accessibili a tutti gli utenti registrati, pagando una tariffa temporale che varia in base al veicolo che si utilizza. Ma andremo ad analizzare meglio quali sono i numeri in Italia, quali sono i diversi tipi di business model utilizzati e le caratteristiche più influenti in questo settore di mercato.

Origine e sviluppo

Nell’evoluzione dei servizi di sharing mobility c’é una variabile esogena da considerare prima di iniziare l’analisi del fenomeno: la convergenza. L’effetto di essa sulla demografia, sull’urbanizzazione e sulle forze economiche ha creato cambiamenti profondi in questi tre fattori, che hanno creato terreno fertile per la crescita della sharing mobility a livello globale, in quanto il suo sviluppo si basa proprio sull’aumento della popolazione, con conseguente immigrazione verso le metropoli e spostamento di capitale e investimenti nelle grande città, come dimostra lo sviluppo del settore. La sharing mobility affronta questa convergenza offrendo un accesso comodo e conveniente al veicolo in qualsiasi momento. Di conseguenza, il settore negli ultimi anni ha registrato una crescita significativa, e stando ai dati forniti dall’Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility relativi al 2018, a livello nazionale cresce di 14 unità il numero di servizi di mobilità condivisa innovativi, e un tasso di crescita medio annuo del 12% dal 2015. Una crescita dovuta in particolare all’aumento di servizi di carsharing e scootersharing, oltre che al numero maggiore di città in cui è possibile accedere ai servizi digitali di pianificazione dei propri spostamenti. Dal punto di vista geografico si conferma una prevalenza del nord sul centro-sud, dove è disponibile quasi il 60% di tutta l’offerta della sharing mobility italiana. Sale invece molto più velocemente il numero di utenti della sharing mobility che al 31 dicembre 2018 sono arrivati, secondo le stime dell’Osservatorio, a 5,2 milioni: un delta positivo rispetto all’anno precedente pari al 24%. Oltre che in termini quantitativi il settore della mobilità condivisa digitale cresce anche in termini qualitativi, in particolare osservando il fenomeno da una prospettiva di sostenibilità ambientale: cresce infatti la percentuale di veicoli elettrici, passando dal 27% del 2017 al 43% del 2018. Una differenza positiva di sedici punti percentuali, conseguenza soprattutto del boom dei servizi di scootersharing elettrici in grado di sestuplicare la loro flotta in un anno e aumentando la quota relativa delle due ruote rispetto alle auto passando dal 6% del 2017 al 22.

Differenti approcci business al settore

Esistono quattro modi diversi per costruire il tuo modello di business di sharing mobility: B2C (business-to-consumer), B2B (business-to-business), P2P (peer-to-peer) e no profit, e si può sostenere che esista un quinto modello commerciale, quello a noleggio, in cui un passeggero assume un conducente per un periodo di tempo (Uber, per esempio).

B2C model (private sharing): questo modello è nato basandosi su una stazione di riferimento per viaggi di andata e ritorno ad essa, ma è stato superato in quanto obsoleto rispetto ad altri approcci, come quello A-B, dove i membri sono autorizzati a prendere un veicolo in una posizione e lasciarlo in un altro posto di parcheggio designato. Ai membri viene generalmente addebitata una quota di registrazione una tantum,e una quota associativa mensile per entrare a far parte del club di car sharing. In generale devono decidere all’inizio del viaggio dove desiderano terminarlo e prenotare un posto di parcheggio a destinazione: è molto utilizzato per gli spostamenti città-aeroporto, in cui i maggiori players sono Autolib, BlueIndy o Zipcar One>Way. Il modello B2C più efficiente però è sicuramente il free-floating, nel quale invece di riportare l’auto in un parcheggio fisso, i membri possono terminare i loro viaggi ovunque all’interno di un’area designata, mentre i membri continuano a pagare una quota di registrazione una tantum, nel free-floating non pagano più una quota associativa ricorrente: vengono invece effettuati pagamenti con addebiti al minuto, con limiti di tariffa per le tariffe orarie e giornaliere. Il modello fluttuante ha guadagnato terreno dalla fondazione di car2go nel 2008 e di Drivenow.

B2B model (corporate sharing): il car sharing aziendale si concentra sul modello basato sulla stazione, ed in genere viene utilizzato per sostituire le flotte aziendali. Alcuni players come Alphacity o Sunfleet sono supportati da grandi OEM (original equipment manufacturer, ovvero direttamente dalle case produttrici come BMW o Volvo), ma c’è anche un numero crescente di operatori basati su stazioni B2C che offrono i loro veicoli alle aziende durante l’orario di lavoro, quando i loro membri non li usano molto. Oltre a ciò, attualmente si registra la tendenza ad offrire agli agenti immobiliari soluzioni di car sharing per i loro inquilini come parte dei servizi: il programma BMW ReachNow, ad esempio, offre una flotta di car sharing completamente elettrica agli inquilini del Solaire, un’esclusiva torre residenziale a New York. I protagonisti di questo mercato sono Alphacity (il programma supportato da BMW), Ubeeqo o la Sunfleet di Volvo.

P2P model: i servizi di car sharing peer-to-peer come Turo, Getaround o Drivy, sono stati soprannominati anche gli “AirBnB dei veicoli”: consentono ai proprietari di auto di convertire i loro veicoli personali in auto condivise che possono essere noleggiate ad altri conducenti in breve base a termine. L’idea alla base è la stessa che c’è dietro la fondazione di AirBnB, ma applicata ai mezzi di trasporto, ovvero che la maggior parte dei veicoli di proprietà privata rimangono inattivi per oltre il 90% della giornata e quindi aggiungerli a una rete peer-to-peer ne aumenta l’utilizzo complessivo, offrendo un guadagno al proprietario ed un servizio al consumatore. Dal punto di vista del fornitore di servizi, il car sharing P2P abbassa i costi iniziali ed è quindi economicamente più vantaggioso da inserire nei quartieri a bassa densità abitativa rispetto al tradizionale car sharing.

No Profit: infine, vale la pena ricordare che i primi pionieri del car sharing operavano principalmente come organizzazioni comunitarie senza fini di lucro. Alcuni di loro sono cresciuti in modo significativo sin dal loro inizio, come Mobilità in Svizzera con quasi 3.000 veicoli.

Sharing Mobility significa innovazione

Alla stessa maniera degli altri servizi on demand tradizionali come taxi, noleggio con e senza conducente, tutti i servizi di sharing mobility sono caratterizzati dall’essere disponibili su richiesta dei clienti, secondo itinerari e orari stabiliti di volta in volta. Rispetto ai servizi tradizionali che sono ormai in una fase di maturazione in quanto ben affermati da tanto tempo, quelli di sharing mobility sono in grande sviluppo, abilitati e supportati dalle nuove tecnologie digitali: questa fondamentale rivoluzione tecnologica, che ha dato nuovo aspetto e nuova linfa al settore, ha svolto un ruolo centrale nell’affermazione di alcuni servizi di nicchia come forme di produzione/consumo di massa, e che pratiche o servizi di mobilità preesistenti, come l’autostop, l’autonoleggio o gli stessi servizi di Taxi o Ncc, abbiano subito una radicale trasformazione, evolvendo verso servizi con caratteristiche nuove ed originali. Le caratteristiche che distinguono i servizi di sharing mobility sia da quelli di linea/a orario che da quelli on demand tradizionali, sono le seguenti:

Reticolarità: le piattaforme digitali permettono di creare relazioni e scambi oltre i confini fisici, in modo più veloce ed efficace.

Interattività: attraverso le piattaforme digitali gli utenti dei servizi di sharing mobility non solo hanno la possibilità di fruire ma anche di creare/modificare il servizio offerto. L’interazione in tempo reale abilitata dalla piattaforma consente anche una continua adattabilità del contenuto dei servizi da parte dei provider, per adattarle alle necessità degli utenti.

Collaborazione: la formazione di una rete attiva molteplici forme di collaborazione oltre a pratiche di coordinamento tra individui, sino a oggi inedite. La formazione di una community, oltre a costituire un elemento di riconoscibilità e reputazione delle piattaforme, rappresenta l’opportunità per abilitare molteplici possibilità di transazioni, anche di tipo non commerciale, basate sullo scambio e il dono.

Sfruttamento della capacità residua: i servizi di sharing mobility sono caratterizzati dalla capacità di sfruttare la capacità residua rispetto a un uso personale e esclusivo di un veicolo di proprietà. Questa maggiore produttività del veicolo può avvenire nell’arco di uno spostamento – quando aumenta il tasso di riempimento di un veicolo, per esempio grazie all’uso di una piattaforma di carpooling – o nell’arco di un intervallo di tempo – quando un veicolo riduce il tempo in cui è fermo, in particolare a bordo strada, senza trasportare nessuno, per esempio grazie al fatto che sia un auto in carsharing.

Ludicità: I servizi di sharing mobility sono concepiti per garantire un’esperienza d’uso improntata non solo alla semplicità d’utilizzo (user friendly), ma anche al gioco e al divertimento.

Maurizio Fazzini

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