Tra Wall Street e White House: come influiscono sul mercato le presidenziali?

Ormai prossimi alle 59esime elezioni presidenziali nella storia degli Usa, analizziamo quali titoli e società potrebbero beneficiare della rielezione di Trump o del passaggio di consegne a Biden.

Spirito conservatore da una parte, progressista dall’altra. A prescindere dalle ideologie politiche dietro ai partiti che dominano la scena politica statunitense, anche dal punto di vista economico si prospettano scenari diametralmente diversi a seconda degli esiti della votazione: uno stato interventista, politiche ‘green’ e maggiori tasse per i democratici, liberismo e minore ingerenza in tutto quel che concerne la scena economica per i repubblicani. Che conseguenze si avranno?

Green Dem

Ipotizzando una vittoria del candidato democratico Joe Biden, di primaria importanza sarebbe certamente la questione legata alla sostenibilità, con l’intenzione dichiarata dell’ex vicepresidente sotto l’amministrazione Obama di portare gli Stati Uniti ad avere il 100% di energia rinnovabile entro il 2050: obiettivo ambizioso senza dubbio, che necessiterebbe già negli anni a venire di importanti traguardi da raggiungere per attuare questa trasformazione. Gli analisti hanno iniziato quindi a muoversi in questa possibile direzione, cercando titoli e società sul mercato che gioverebbero della presidenza Dem e trovando aziende come la Valero Energy Corporation (VLO) perfette candidate: importante produttore e trasportatore di biodiesel, l’azienda vanta un forte segmento nel mercato dei biocarburanti, risultando quindi conforme agli obiettivi ‘green’ su cui Biden e in generale i democratici puntano forte, a svantaggio perciò di tutte quelle società legate ai carburanti petroliferi. ‘Rivitalizzare le infrastrutture degli Stati Uniti’: un altro grande obiettivo dichiarato nella campagna riguarda quindi il settore delle costruzioni. Il candidato democratico ha annunciato una spesa di circa 1.3 trilioni di dollari nel successivo decennio per progetti infrastrutturali, legati soprattutto ad autostrade, ponti e viadotti, senza dimenticare aeroporti e ferrovie, nonché le scuole del Paese che, a detta degli obiettivi imposti, necessiterebbero una modernizzazione. Occhio quindi a Summit Materials (SUM), società che fornisce materiali da costruzione e in particolare asfalto, calcestruzzo preconfezionato e cemento.

Evitare le ‘Big’

Sempre restando nel caso di una possibile vittoria dei democratici, un altro cavallo di battaglia di questa ma in generale degli scorsi mandati e campagne è legato alla sanità. Già durante la presidenza Obama, l’allora vicepresidente Biden è stato uno dei maggiori sostenitori del famoso ObamaCare e in particolare di un aspetto facente parte del progetto, l’Affordable Care Act (ACA), sostenendo di volerlo sviluppare nel caso di una possibile presidenza per garantire ad un maggior numero di americani l’acquisto di un’assicurazione sanitaria. Ipotizzando uno scenario del genere quindi converrebbe puntare sul settore dell’assistenza sanitaria, in crescita a Wall Street, ma anche della telemedicina, creata dal connubio tra Health Care e tecnologia, mentre da evitare le azioni delle cosiddette Big Pharma, le principali case farmaceutiche presenti nel panorama borsistico, alle quali i democratici appunto hanno dichiarato guerra. Altre società sulla lista nera (ipoteticamente) nel caso di vittoria dei blu sono quelle legate al mondo tecnologico, con le Big Tech Amazon, Microsoft, Google, Apple e Facebook al centro del dibattito sul monopolio, con l’intenzione dichiarata di vari esponenti democratici di dividere le sopracitate in più società per evitare un’ingerenza eccessiva di queste nella vita economica e politica del Paese. Va infine ricordato un tema sul quale Biden ha insistito molto, il ‘Buy American’, con 400 miliardi pronti ad essere stanziati per prodotti ‘Made in Usa’ e la volontà di creare oltre 5 milioni di posti di lavoro, con la conseguente naturale crescita che avrebbero aziende con profonde radici a stelle e strisce, come la Sherwin-Williams Company (SHW), produttore di vernici e fondata nel lontano 1866.

Grandi banche e non solo

Novembre 2019, disoccupazione ai livelli minimi da 50 anni e progressi nei trattati con la Cina. Borse in un trend positivo dal 2016, anno di elezione di Donald Trump, con un guadagno del 44,29% per l’indice S&P 500, 50,72% per il Dow e un eclatante crescita del 62,9% per Nasdaq. Una crescita generale sorretta soprattutto dal taglio delle imposte societarie dal 35 al 21% per rendere i colossi americani più competitivi a livello mondiale, che avrebbe (molto probabilmente) portato ad una tranquilla rielezione per il tycoon, crescita però inesorabilmente interrotta dalla pandemia e dai conseguenti danni apportati all’economia. Certamente una premessa è doverosa per quanto riguarda spesa pubblica e investimenti, generalmente in aumento, confermando un ‘marchio di fabbrica’ dei mandati repubblicani, così come i settori dell’aerospaziale, difesa ed energia (legata soprattutto a quello petrolifero), con le aziende operanti in questi favorite nel caso di una seconda presidenza Trump. Riforma fiscale e politiche accomodanti della Fed sono poi alla base di quella che è stata una crescita notevole delle grandi banche americane in questi anni, con il motto elettorale di Trump, ‘American First!’, trasformatosi poi in ‘Wall Street First!’, con sei banche che da sole han fatto registrare nel 2019 un utile di 120 miliardi di dollari, di cui 36,4 della Jp Morgan, cavalcando il boom delle attività su imprese e mercati e stabilendo un nuovo record per il maggiore utile registrato da una banca in un singolo esercizio finanziario. Scenari diversi si prospettano per i mercati, in una corsa alla Casa Bianca mai forse attesa come quest’anno. Chi la spunterà?

Gianluca Sormani

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