Il declino economico di Kodak: da azienda monopolista del mercato fotografico alla bancarotta

Il fallimento di una multinazionale da 145mila dipendenti e con un fatturato di 16 miliardi di dollari comincia con la nascita della fotografia digitale.

Eastmak Kodak Company è il nome della multinazionale statunitense che per anni, fino al 2012, ha dominato il mercato del settore fotografico e tecnologico. Nasce nel 1889, quando George Eastman, a cinque anni di distanza dalla sua creazione del primo rullino fotografico, comincia a commercializzare questo tipo di prodotto e il successo dell’azienda raggiunge l’apice nel ventennio dagli anni ’70 agli anni ’90 del 1900 quando comincia ad occuparsi non solo di fotografia, ma anche altri campi tra cui il cinema, la scienza, l’intrattenimento. Con lo sviluppo della fotografia digitale comincia il declino che costringe la Eastman Kodak Company a chiudere le vendite di macchine fotografiche analogiche in Europa e in America nel 2004, fino al 5 gennaio del 2013, quando si arriva alla definitiva dichiarazione di bancarotta, con un drastico ridimensionamento dell’azienda e dei suoi prodotti.

Una multinazionale di successo

Kodak rimane nell’immaginario collettivo un marchio iconico nel settore fotografico. Il successo è stato conquistato negli anni grazie alla qualità dei prodotti, efficaci strategie di marketing e continui investimenti nella ricerca.
Particolarmente efficaci si sono rivelati gli slogan proposti da Eastman: le sue pubblicità miravano ad ispirare la fiducia nel cliente, insistendo su una componente ludica che richiamava il divertimento che la macchina fotografica garantisce: basti pensare allo spot Ciribiribì Kodak.

Sono i laboratori Kodak che hanno contribuito ad alcune delle maggiori innovazioni nel campo della fotografia: Kodachrome è la prima pellicola a colori per il mercato di massa, e la Instamatic apre il segmento di mercato delle fotocamere compatte, il primo sensore megapixel, il primo display OLED e la fotografia digitale. In realtà, fu proprio Kodak a realizzare il primo prototipo di fotocamera basata su un sistema di imaging digitale nel 1975, grazie al lavoro di un team di ricercatori della Kodak guidato da Steven Sasson. Il dispositivo, brevettato nel 1978, utilizzava uno dei primi sensori CCD per registrare immagini in bianco e nero con una risoluzione di 100×100 pixel, 0.01 megapixel. L’obiettivo del progetto era quello di costruire una fotocamera capace di memorizzare le immagini, parte di un sistema elettronico di registrazione e riproduzione affinchè potessero essere archiviate su cassette a nastro magnetico, e potessero essere visualizzate su schermi televisivi tramite un apposito dispositivo. Si trattava di una tecnologia pensata da Sasson come sostitutiva del sistema tradizionale, che rinunciava all’uso della pellicola e della carta fotografica e le rimpiazzava con cassette a nastro magnetico e schermi.

L’inizio del declino

Il primato sull’invenzione della fotografia digitale non è stato sufficiente, ed è stato probabilmente questo il più grande errore dell’azienda: non riuscire ad intuire le potenzialità del nuovo sistema. Per Kodak, sostituire i supporti tradizionali avrebbe significato rinunciare al proprio core business e si rinunciò all’idea di far avanzare il progetto. Pochi anni dopo, però, nel 1981, la Sony, che opera ancora nel settore dell’elettronica di consumo, mise a punto un nuovo sistema di fotografia elettronica che presentava caratteristiche simili all’invenzione di Sasson: una fotocamera denominata Mavica (Magnetic Video Camera) utilizzava il floppy disk come supporto ed era stata pensata come parte di un sistema domestico per la video-riproduzione.
In seguito ad un progresso tecnico così rilevante risultarono due principali evidenze. In primo luogo, la fotografia digitale avrebbe avuto le potenzialità per sostituire in pieno la pellicola fotografica, su cui Kodak aveva basato il suo business. Inoltre, secondo alcune previsioni, sarebbero occorsi almeno 10 anni prima che la fotografia digitale potesse di fatto prendere piede in maniera dirompente.
Di fronte a questi pronostici, che verranno poi confermati, Kodak decise di continuare a salvaguardare il proprio core business, investendo le proprie risorse nello studio di tecnologie capaci di migliorare la qualità della pellicola fotografica, piuttosto che sviluppare nuovi prodotti in linea con la trasformazione digitale che si stava prefigurando.

Un processo irreversibile

La fotografia, da questo momento in poi, sarebbe diventata accessibile a chiunque e in qualunque momento: la macchina fotografica si trasforma così in un media real time, che permette di valutare immediatamente la riuscita della fotografia, e di conservarla. Ciò che è mancato all’azienda sono stati la lungimiranza e il coraggio di adeguarsi alle nuove richieste del mercato. Una volta avviata al declino, Kodak non è più stata in grado di tornare ai vertici: dal 2003 al 2007 vengono chiusi 13 impianti di produzione e vengono tagliati 47mila posti di lavoro.
Una lettura errata del mercato e una strategia orientata al prodotto hanno condotto Kodak verso la rovina, fino a farla affondare del tutto.

Eleonora Taddei

1 commento su “Il declino economico di Kodak: da azienda monopolista del mercato fotografico alla bancarotta”

  1. Ho letto tutto l’articolo con molto piacere e devo dire che, nonostante sia coinciso, è molto accurato.
    Ma da amante dell’analogico mi sento in dovere di difendere la Kodak ricordando che comunque nel 2013 ha concluso le trattative della bancarotta e dal 2015 data la grande richiesta di pellicole ha ricominciato a produrre rullini.
    Nonostante ciò è comunque un ottimo articolo!

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