La Cina pensa alla propria criptovaluta di Stato: è il primo segnale di una rivoluzione nel sistema monetario e bancario?

La Blockchain ha rivoluzionato il mondo dell’economia sotto diversi punti di vista, ma il più importante è sicuramente quello relativo ai pagamenti. La blockchain è una tecnologia innovativa che rende una transazione tra due blocchi, immaginabili come due computer, veloce e sicura poiché è il sistema informatico stesso da fare da garante.
Le criptovalute non sono altro che l’asset digitale oggetto di queste transazioni, sono assimilabili a delle monete digitali che assumono un valore nel momento in cui gli utenti decidono di utilizzarla come strumento di pagamento, per cui potenzialmente potrebbero diventare il corrispettivo digitale del denaro “reale”.

La Cina non è il primo paese a fare un annuncio circa l’introduzione di una propria criptovaluta, ci aveva già pensato il Venezuela ad anticipare tutti circa un anno e mezzo fa lanciando un progetto di digitalizzazione della propria valuta nazionale attraverso la Blockchain, il quale si è però rivelato un totale fallimento.
Le cause del fallimento Venezuelano fondano le radici da un concetto base dell’economia monetaria ovvero che tutto il sistema si basa sulla fiducia: chi può mai fidarsi di un governo che emette un titolo ( di qualsiasi natura: moneta, cryptomoneta o bond) ma è stracolmo di debiti? La risposta, almeno per gli investitori, è ovvia.

La rivoluzione dei pagamenti in Cina

Il caso cinese appare diverso già in partenza poiché, a differenza di quello venezuelano, il governo cinese è molto solido dal punto di vista economico e qualsiasi strumento finanziario venga emesso, sarebbe sicuramente valutato con un rating superiore alla media dal mercato.
Il progetto è frutto di cinque anni di ricerca e sviluppo ed è stato spinto direttamente dal presidente, a vita, Xi Jinping, il quale ha spiegato che la Cina non deve perdere quest’occasione di crescita digitale per costruire la prima moneta digitale strutturata, a differenza di quanto avviene attualmente sul mercato con l’introduzione di criptovalute non supportate da obiettivi concreti.
La Banca Popolare Cinese è dunque vicina al rilascio della moneta, la quale avrà la finalità di sostituire il contante nelle spese quotidiane, in modo da renderle più sicure e veloci. Tutto questo processo sarà sicuramente facilitato e velocizzato in un paese già abituato ai pagamenti digitali, dove un’altissima percentuale della popolazione non fa già più uso del contante a favore di soluzioni digitali.
L’utilizzo sarà estremamente semplice, basterà scaricare un’applicazione sul proprio dispositivo per convertire gli yuan (moneta nazionale cinese) in valuta digitale ed effettuare operazioni in entrata o uscita.

La reale preoccupazione dei cittadini

Uno dei responsabili del progetto per la banca centrale, Mu Changchun, ha dichiarato di recente al Singapore FinTech Festival che: “sappiamo che le ragioni per cui il pubblico usa banconote e monete è mantenere l’anonimato e daremo questo stesso anonimato nelle transazioni con la criptovaluta. Non stiamo puntando al controllo totale delle informazioni pubbliche sulle transazioni.”
Proprio quest’ultimo punto sollevato da Mu Changchun desta più preoccupazione in assoluto, i cittadini temono che in realtà di criptato e sicuro ci sia ben poco e che tutto il sistema sia in realtà uno strumento che il governo ha ideato per controllare finanziariamente il paese, cioè controllare tutti i pagamenti dei cittadini e sapere come questi spendono i propri soldi.
Il solo fatto che il governo cinese abbia dichiarato che tutte le transazioni rimarranno anonime a meno che non si tratti di operazioni illecite, porta a pensare che un modo per controllare il registro delle transazioni e, in qualche modo, gestirlo è attuabile dal governo.

Una finta Blockchain?

Sin dalla sua creazione lo scopo della Blockchain è stato quello di creare un sistema economico decentralizzato, ovvero senza il controllo di un ente centrale che facesse da garante per tutto il sistema. Una concezione decisamente anarchica che tagliava fuori le istituzioni governative e finanziarie dal sistema che esse stessa avevano creato. La decisione da parte della Cina di dotarsi di un sistema decentralizzato appare dunque alquanto strana, almeno in un paese in cui storicamente si è preferito andare per la strada dell’accentramento dei poteri. La tecnologia Blockchain, anche se nasce con delle premesse di decentralizzate e autonomia informatica del sistema, rende possibile creare dei sistemi ibridi nel quale c’è il controllo di un’autorità centrale che valida e controlla tutte le transazioni, eliminando però tutti gli aspetti positivi di questa innovativa tecnologia. L’ipotesi che il governo cinese si stia dotando proprio di un sistema ibrido non è da scartare e ad alimentare le controversie è anche l’etichetta che i funzionari cinesi hanno scelto per definire il progetto: “Un’anonimato controllabile”.
Lo stesso responsabile, Mu Changchun, lo ha ribadito: “Manterremo l’equilibrio fra un anonimato controllabile e le politiche antiriciclaggio, l’antiterrorismo e le questioni fiscali, il gioco e le scommesse online e altre attività criminali elettroniche”, ha poi aggiunto: “Finché non commetti qualche crimine e vuoi effettuare acquisti in modo che gli altri non ne siano a conoscenza, proteggeremo la tua privacy”.
Il punto della questione è, però, legato alla definizione dei limiti del raggio d’azione della giustizia cinese. I casi di repressione del dissenso politico ed i progetti di individuazione dei crimini attraverso l’intelligenza artificiale  rendono più deboli le rassicurazioni che arrivano in merito dal governo cinese.

Andrea Iacomino

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