Blackberry: la caduta di un gigante

Analisi del fenomeno Blackberry e della sua caduta in rovina

Chiunque abbia vissuto il mondo del lavoro nei meravigliosi anni 2000 non può non ricordare con un briciolo di nostalgia questo marchio. Quando ancora tutti si affaticavano a mandare SMS a son di tastiera a 3 lettere e correttore T9, i più lungimiranti già scorrevano le dita sulla favolosa tastiera QWERTY, riducendo il typing al minimo storico. Poi il dramma.

Le origini del gigante

La compagnia nasce nel lontano 1984 in Canada a cura di Mike Lazaridis. Il nome dell’azienda è stato Research In Motion (RIM) fino al 30 gennaio 2013, quando ha assunto il nome attuale in occasione del lancio del BlackBerry 10.
RIM ha a lungo sfruttato il proprio vantaggio competitivo di first mover: rappresentò a tutti gli effetti il primo sviluppatore di dati wireless del Nord America e l’unico, al di fuori della Scandinavia (Nokia ed Ericsson), in grado di creare un network per lo scambio di dati tra telefoni cellulari.
Arriviamo all’anno 1996: Il RIM 900 Inter@ctive Pager viene lanciato sul mercato. Abilitato alla messaggistica peer-to-peer, poteva inviare fax e conferme di lettura. E’ stato anche in grado di inviare e ricevere e-mail ma il suo successore nel 1998, il RIM 950 Wireless Handheld, è stato davvero il primo BlackBerry. Una serie di recensioni entusiastiche permisero a RIM di stringere una serie di importanti partnership con aziende come IBM, BellSouth Wireless e Rogers Cantel. Le vendite schizzarono alle stelle e arrivò la quotazione in Borsa.
Nel 1999 arriva il BlackBerry 850, un assistente personale dotato di un piccolo display LCD e una tastiera completa dalla quale il dispositivo prende il celebre nome. La forma dei tasti, infatti, ricorda ai progettisti la forma di piccole bacche di more (blackberry in inglese). Il BlackBerry 850 rappresenta il capostipite della celebre linea di smartphone. Il primo vero smartphone arriva nell’aprile 2000: il BlackBerry 957 segna una svolta nella politica di sviluppo industriale di Research in Motion. Non più solo apparati di rete, ma anche dispositivi destinati al grande pubblico. Allo stesso tempo RIM porta avanti lo sviluppo di una piattaforma software e operativa (BlackBerry OS) che rappresenterà per molti versi la vera fortuna dell’azienda canadese.
Nel giro di pochi mesi BlackBerry riesce ad affermarsi come leader mondiale nel mercato degli smartphone dedicati a professionisti e utenti business. Già nel 2001, però, si assiste alla svolta verso il mercato consumer: il BlackBerry Pearl 8100 – primo dispositivo a montare un sensore fotografico – è un successo sia commerciale sia di critica e consente a RIM di scalare la classifica dei maggiori produttori di telefonini e smartphone, sino ad arrivare a insidiare Nokia.
Il successo si ripete con i dispositivi delle serie Curve 8300 e Bold 9000 a tal punto che i consumatori coniano il termine “CrackBerry”, ad indicare la dipendenza dei consumatori prodotta dai modelli Blackberry; una perfetta gestione della vita professionale e privata, tutto compresso in un piccolo apparecchio grande quanto il palmo di una mano.

L’incontro con Apple e Samsung

L’arrivo dell’iPhone, nel 2007, non intimorisce Lazaridis. La quota di mercato continua a crescere e Apple è costretta per qualche tempo al secondo posto: BlackBerry la supera sia per unità vendute che per utenti attivi, grazie al ruolo di pioniera e alla rete commerciale vasta e consolidata. E’ allora che BlackBerry lancia il primo dispositivo con schermo touchscreen, il BlackBerry Storm, fa segnare buoni risultati sul versante commerciali, ma le critiche della stampa di settore sono tutt’altro che buone. Nonostante qualche intoppo, RIM resta in attivo sino al 2011, quando il trend di crescita si arresta bruscamente. Nel 2008 arriva Android, che inizia ad attirare tutto ciò che non era ancora stato rapito da iPhone, portando analisti e investitori a sollevare crescenti perplessità intorno alla capacità di BlackBerry di stare al passo dei due nuovi, famelici competitor.
RIM intraprende una serie di acquisizioni strategiche volte a perfezionare la propria tecnologia, ma l’eco mediatica dei nuovi arrivati, soprattutto di iPhone – da molti etichettato come “the Blackberry killer” –  sembra incontenibile. I ricavi di BlackBerry crescono, ma quelli di Apple crescono più in fretta, e al lancio del quarto modello di iPhone, nel 2010, le vendite di Cupertino superano definitivamente quelle in Ontario.
Nel 2011, RIM è costretta a licenziare 2000 persone; al contempo, si verifica una sfortunata interruzione del servizio internet che impatta milioni di utenti per diversi giorni. Nel gennaio 2012 Lazaridis lascia il proprio ruolo di Ceo e RIM registra la prima perdita netta in anni di storia. Il nuovo boss, Thorsten Heins, pianifica una massiva ristrutturazione: altri 5000 licenziamenti, numerose sostituzioni ai vertici e il posticipo dell’agognato lancio del BlackBerry 10 al 2013, anno in cui l’azienda prende anche il nome del proprio telefonino.
Nuovo nome, nuovo Ceo (John Chen) tutti indirizzati, più che a risollevare BlackBerry, a renderla più attraente: nel 2013 la società si dichiara in vendita e Fairfax Financial, holding finanziaria posseduta dal businessman canadese Prem Watsa, opta, più che per un vero e proprio takeover, per un’iniezione di 1 miliardo di dollari cash che la rende il primo (fiducioso) azionista. Nonostante le perdite “inferiori alle aspettative” registrate nel 2014 e nel 2015, BlackBerry mostra sempre più difficoltà a sopravvivere nell’iper-competitivo mercato che lei stessa, sostanzialmente, aveva creato.

Gli errori della grande “mora” canadese

Tanti gli errori attribuibili all’ex colosso canadese. Per iniziare, non ha colto il passaggio alla centralità del consumatore, ha sottovalutato l’influenza di Apple, ha rallentato il lancio di nuove tecnologie, non ha saputo potenziare il proprio brand al fine di renderlo credibile sia nel segmento hardware che in quello software, è stata scarsa nello sviluppare app, non ha saputo far leva sul fattore “community” che rende vantaggioso avere un iPhone anche (e soprattutto?) perché tutti gli altri ce l’hanno.
A causare il calo contribuisce, in maniera predominante, la piattaforma operativa BlackBerry OS, sviluppata in Java e ormai datata, non regge il confronto con i più moderni e funzionali iOS e Android. La società canadese prova a tenersi a galla con acquisizioni di startup nel settore delle software house, ma lo sviluppo di un nuovo sistema operativo va a rilento e saranno necessari alcuni anni prima che il lavoro sia completato. Nell’aprile 2011 fa il suo esordio il BlackBerry PlayBook tablet, primo dispositivo a montare il nuovo sistema operativo QNX. A dispetto delle attese, l’accoglienza della critica di settore e del pubblico è piuttosto fredda: rilasciato troppo in fretta e con gravi difetti, il tablet vende appena 900mila unità in nove mesi, costringendo la dirigenza a rivedere i piani di sviluppo.
Un ultimo disperato tentativo avviene nel 2011 quando viene presentato BBX (successivamente rinominato BlackBerry 10), nuovo sistema operativo per cellulari ideato per tentare di scalfire lo strapotere di Android e iOS.
Successivamente nel 2013 arriva la presunta svolta: la società presenta il BlackBerry Q10 e il BlackBerry Z10, due smartphone di fascia alta basati sulla piattaforma operativa presentata 2 anni prima. La svolta, però, non arriva: rispetto ai sistemi operativi di Google e Apple, BlackBerry 10 può contare su appena 70mila applicazioni e la società canadese continua ad annaspare.
Tra fine 2014 e inizio 2015 arriva la decisione di produrre nuovi dispositivi basati su una versione personalizzata di Android, mettendo definitivamente da parte lo sviluppo della piattaforma proprietaria BlackBerry 10. Anche in questo caso, però, la scelta appare tardiva: il mercato degli smartphone è ormai satura e difficilmente reagisce in fretta all’inserimento di nuovi attori.

L’abbandono del settore “mobile

Il 28 settembre 2016, a seguito di risultati di bilancio tutt’altro che soddisfacenti, BlackBerry annuncia la propria intenzione di uscire dal mercato dei produttori di smartphone, concentrandosi invece sullo sviluppo di software e piattaforme operative. La produzione sarà gestita in subappalto da un’azienda indonesiana, che potrà realizzare e distribuire i dispositivi.
Dopo avere perso la sfida contro Apple e Samsung nella vendita degli smartphone, ora Blackberry ha un nuovo settore dove confida di prosperare e rilanciare le sue attività economiche: quello delle autonomobili che si guidano da sole. L’azienda canadese si sta riorganizzando per sviluppare il software necessario per gestire le informazioni che raccolgono i sensori dei veicoli autonomi, con particolare attenzione per quanto riguarda la sicurezza informatica e soluzioni per tenere alla larga hacker e utenti malintenzionati. In questo modo BlackBerry confida di convincere le case automobilistiche a investire nei suoi sistemi, integrandoli o preferendoli a quelli di società già attive da tempo come Alphabet attraverso la sua controllata Waymo.

Sicuramente Blackberry o RIM è stata una pioniera nel suo settore di riferimento. Ha aperto la strada (e la mente) a una delle più grandi innovazioni nel campo delle telecomunicazioni. Quando ancora le persone si limitavano a telefonare o mandare SMS, c’era chi riusciva a gestire caselle di mail, organizzare meetings e inviare documenti, il tutto seduti con in mano uno strumento che pesava pochi grammi. Per quanto sia doverosa la lode ad Apple e Samsung, gli attuali giganti degli smartphone, probabilmente queste aziende non avrebbero ottenuto il successo attuale se Blackberry non avesse aperto loro la strada. Il visionario e geniale Steve Jobs alla fine appare come un valente infiocchettatore di idee, che ha rielaborato e personalizzato il concetto di comunicazione, ma nulla di più.
Il drastico cambio di rotta dell’azienda canadese è stato necessario per mantenerla viva, nella speranza che magari possa un giorno tornare a fare ciò che l’ha resa famosa. L’abbandono del campo di battaglia non implica l’ammissione di una crisi inesorabile. Un esempio?
Considerate che la Shell, nota multinazionale operante nel settore petrolifero, era nata come ditta di import-export di conchiglie (in inglese “shell”) che vendeva a collezionisti londinesi. Molto lontani dall’attuale oggetto aziendale. Eppure, vi sembra che se la passino male?
E’ quindi doveroso un ringraziamento a Blackberry, il padre dell’era digitale.

Lorenzo Damiani

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