Streaming musicale: come Spotify ed Apple Music hanno rivoluzionato la tradizione dell’ascolto

Tutti i più consueti strumenti per ascoltare musica come i cd, i vinili o le cassette, da almeno 5 anni, sono stati superati dai servizi di streaming musicale di cui quasi tutti facciamo uso.

L’avvento delle piattaforme digitali ha rivoluzionato il settore della musica, dando nuovo assetto alla distribuzione dei lavori di un artista. Questa evoluzione è merito di vari servizi del settore, come Apple Music, Deezer, Tidal, Amazon Music o YouTube Music, ma senza dubbio il trascinatore è Spotify.

Spotify, il primo e più grande

Spotify è il primo servizio di streaming musicale, fondato nel 2006 a Stoccolma da Daniel Ek. È un mercato a due parti dove artisti e appassionati di musica si incontrano su un’unica piattaforma. Il suo modello di business è caratterizzato da due abbonamenti: un servizio gratuito contenente delle pubblicità e un abbonamento premium a pagamento libero da queste ultime. Spotify è fondato sulla convinzione che la musica dovrebbe essere universalmente accessibile con un’esperienza fluida basata sullo streaming di audio e video. La missione di Spotify, come da loro affermato, è quella di “sbloccare il potenziale della creatività umana dando a milioni di artisti l’opportunità di vivere della loro arte e a miliardi di fan l’opportunità di divertirsi e trarre ispirazione da questi creatori”. Per rendere tutto questo possibile però serve costruire una realtà economica forte: gli ultimi dati annuali ufficiali, relativi al 2017, registrano un fatturato di oltre 4 miliardi di euro, di cui quasi il 90% basato su abbonamenti premium e il 10% basato su un servizio gratuito supportato da pubblicità. Guardando al 2019, ha chiuso il primo trimestre con un fatturato di 1,51 miliardi di dollari, con un +33% anno su anno, superando le attese, mentre più debole del previsto il risultato netto, con una perdita di 142 milioni. Gli utenti attivi ogni mese sono 217 milioni, con la piattaforma che per la prima volta raggiunge i 100 milioni di abbonati, ed è infatti da qui che arriva il grosso del fatturato, 1,38 miliardi dei 1,51 complessivi, a fronte dei 126 milioni generati dalla pubblicità. Dalla trimestrale di Spotify emerge una composizione del pubblico in evoluzione: gli utenti premium crescono con un dato percentile di 32, più in fretta rispetto a chi si accontenta del compromesso pubblicità-gratuità, che si ferma al 21%. Di conseguenza, anche il fatturato generato dagli utenti paganti, che consiste nel 34%, viaggia a un ritmo superiore rispetto a quello degli incassi pubblicitari fisso al 24%. Nonostante l’incremento del fatturato e il successo degli abbonamenti, nell’ultimo trimestre l’ARPU (cioè l’incasso medio per ogni utente) è lievemente calato, a 4,71 dollari. La flessione era prevista dalla piattaforma, causata dalle nuove aree geografiche di distribuzione raggiunte e al mix dell’offerta dei prodotti: in altre parole, le offerte e la spinta in nuovi mercati (accompagnata dai periodi di prova gratuiti) hanno esercitato, e continueranno probabilmente a farlo, qualche pressione al ribasso: una pressione definita moderata dall’azienda in quanto lieve e prevista.

Apple Music, il competitor targato Apple

Apple Music è un servizio di streaming musicale sviluppato dalla Apple Inc.. È stato rivelato dalla compagnia l’8 giugno 2015 all’Apple Worldwide Developers Conference e pubblicato il 30 giugno dello stesso anno, con l’aggiornamento iOS 8.4, in circa 100 paesi, tra cui l’Italia. È in tutto e per tutto competitor di Spotify, e nonostante sia nato con diversi anni di ritardo, gli ultimi dati dimostrano che con il suo servizio di musica in streaming Apple ha superato Spotify negli Stati Uniti in termini di numero di iscritti disposti a pagare un canone mensile pur di ascoltare brani senza interruzioni pubblicitarie, ovvero l’abbonamento premium descritto nel paragrafo precedente. Se invece si contano gli iscritti che ascoltano musica con advertising, Spotify continua a essere in testa nel mercato americano. Ma in termini assoluti e su scala globale, Spotify resta la regina delle piattaforme digitali, infatti per quanto riportato da un articolo del Wall Street Journal (WSJ), Apple Music ha visto crescere la sua base di abbonati paganti in Usa a un passo più rapido della rivale svedese: il tasso mensile di crescita per il gruppo produttore di IPhone sarebbe del 2,6-3%, contro l’1,5-2% dei rivali svedesi. Negli Stati Uniti, il mercato musicale più grande al mondo, a febbraio il colosso americano, nonché azienda più importante e potente del mondo, contava oltre 28 milioni di abbonati contro i 26 milioni di Spotify. Dati relativi a dicembre 2018 dimostrano che Spotify contava 207 milioni di utenti attivi, di cui 96 milioni paganti, mentre Apple, che non offre un servizio basato su pubblicità, ne aveva oltre 50 milioni. Stando al WSJ, Apple avrebbe dovuto effettuare il sorpasso su Spotify oltre sei mesi fa ma l’azienda ha intensificato la competizione con una serie di iniziative, tra cui una formula di abbonamento che include il servizio di video in streaming Hulu. Tra i due competitors non corre buon sangue, infatti nel marzo di quest’anno il CEO di Spotify Daniel Ek accusa Apple di comportamenti anti competitività affermando: “Negli ultimi anni, Apple ha introdotto nell’App Store delle regole che limitano volutamente la scelta e soffocano l’innovazione a scapito dell’esperienza dell’utente, agendo sia da parte in campo che da giudice per svantaggiare deliberatamente altri sviluppatori di app. Dopo aver tentato inutilmente di risolvere i problemi direttamente con Apple, ora chiediamo alla Comunità Europea di intervenire per garantire una concorrenza leale”. Le accuse sono pesanti e vanno ad inasprire ancor di più la guerra al primato nel settore, che è sempre più aperta.

La rivoluzione del settore

I profondi cambiamenti nell’industria musicale dovuti all’affermarsi dei servizi di streaming e il modo in cui il pubblico consuma musica, non possono essere sottovalutati. In effetti, molte giovani generazioni di ascoltatori non hanno mai acquistato una copia fisica nelle loro vite, se non per quei pochi album per i quali è impossibile non acquistarne una. Se questo cambiamento segna o meno un passo avanti dipende, in gran parte, dal punto di vista. Da un lato, gli ascoltatori hanno un facile accesso all’universo musicale spesso gratuitamente, tramite strade legali (abbonamenti freemium) o illecite. Anche i servizi di streaming a pagamento, che offrono accesso ad ampi cataloghi di musica completamente autorizzata, sono molto meno costosi di quanto non siano mai state le copie fisiche: infatti un abbonamento mensile a Spotify Premium o Apple Music equivale, ad esempio, al prezzo di un singolo CD. I servizi di streaming accessibili e autorizzati hanno anche contribuito a ridurre la quantità di pirateria nel settore musicale, spostando l’equilibrio tra rischio e ricompensa per gli aspiranti pirati. Mentre le scelte ampie e convenienti fornite dai servizi di streaming sono un vantaggio per i consumatori e la riduzione dei vantaggi della pirateria, sia per gli artisti che per le case discografiche, molti musicisti sono ancora poco soddisfatti della proliferazione dei servizi di streaming. E perché dovrebbero? Con il digitale si raggiunge una miriade di potenziali ascoltatori, quindi perché io artista non dovrei esser pro allo streaming musicale? Semplicemente perché la quantità di royalties ricevute da un artista quando un ascoltatore trasmette in streaming la propria canzone, è significativamente inferiore a quella che riceverebbe dall’acquisto di un album fisico. Alcuni musicisti, come Taylor Swift o i Beatles, hanno estratto la loro musica da questi servizi per questo motivo. La digitalizzazione ha spostato l’equilibrio di potere all’interno del settore, conferendo maggiore autorità decisionale ai consumatori e ai musicisti stessi. Mentre i servizi di musica in streaming possono aver ridotto la quantità di royalties che gli artisti ricevono quando gli ascoltatori si sintonizzano sulla loro musica, la crescente digitalizzazione dell’industria musicale ha offerto agli artisti maggiori opportunità di impegnarsi in differenti metodi di guadagno all’interno del settore. Mentre nel vecchio modello industriale, dove le etichette discografiche guidavano il mercato dettando gli approcci di marketing, ponendo l’attenzione sulla vendita di dischi, adesso i musicisti hanno la libertà di sperimentare nuovi metodi di marketing, come la distribuzione gratuita della loro musica e le uscite a sorpresa degli album, facendo affidamento su strade alternative per generare entrate, come tour e merchandising: è per questo che album tecnicamente non eccezionali raggiungono certificazioni enormi, come “Paranoia Airlines” di Fedez certificato Disco di Platino grazie alla spinta del merchandising, o “Playlist” di Salmo, che non avrebbe mai raggiunto i quattro dischi di platino senza l’enorme aiuto del marketing.

Maurizio Fazzini

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