Dalla California a Bangalore, tra crescita tecnologica e contraddizioni

Riconosciuta anche come ‘back-office’ del mondo, ecco l’India, Paese in cui sullo stesso suolo convivono uno dei maggiori tassi di povertà privata ed eccellenze nei settori all’avanguardia.

Altopiano del Deccan, India meridionale. E’ qui che, nella città di Bangalore, si è sviluppato negli ultimi decenni un importantissimo polo tecnologico, paragonato ormai alla più blasonata Silicon Valley americana. Una storia iniziata negli anni’40 che ha portato poi, a fronte di continui investimenti (in prevalenza di colossi big tech americani), al polo scientifico e di ricerca nell’IT che è diventato oggi e che si pensa possa fregiarsi già entro la fine di quest’anno del titolo di ‘maggior insediamento mondiale di Information Technology’, con 80 miliardi di dollari in esportazioni.

Sorpasso in vista?

Caratterizzata da un’economia mista in cui il governo, sia a livello federale che dei singoli stati, svolge un ruolo importante di regolazione e pianificazione, oltre ad essere titolare di numerose aziende pubbliche, l’India è stata protagonista negli ultimi anni di uno sviluppo esponenziale che la proietta (secondo alcune stime di Bloomberg) a diventare la seconda potenza economica mondiale in termini di crescita entro il 2024, dietro alla Cina e davanti agli Usa, con una quota equivalente a circa il 15,5% del GDP calcolato per quell’anno (la quota statunitense corrisponde a circa il 9.2% del totale). Quali sono i motivi dietro questi dati? Basso costo della manodopera (il costo del lavoro orario in India è 1/3 rispetto alla Cina) ed ingente quantità di giovani (l’India è la nazione col maggior numero di adolescenti al mondo, 243 milioni) sono fattori certamente non trascurabili, che hanno concorso a trasformare un Paese che per anni ha basato la propria economia su esportazioni legate al settore primario ad un’elevata specializzazione nel settore tecnologico-informatico, con Bangalore emblema concreto di questo cambiamento. Qui vengono formati ingegneri informatici richiesti in tutto il mondo ed altamente specializzati, vi hanno sede numerosi centri di ricerca e sviluppo di grandi nomi legati all’industria dell’elettronica e software, senza poi dimenticare che la città è il maggiore hub di ricerca del mondo specializzato in scienze della vita e quarto nell’hig-tech. Un discorso interessante è legato anche al mondo delle start-up, con un tasso di sopravvivenza dell’80% e ben 9 miliardi di dollari investiti in queste già 5 anni fa: tra queste spiccano Ola Cabs e Snapdeal, che rispettivamente l’anno scorso hanno ricevuto 3.8 e 1.8 miliardi di dollari in finanziamenti.

Digital India internet technology

Big Tech & Big Money

1 miliardo di dollari a gennaio da parte di Amazon, 6 da Facebook a fine aprile, 10 da Google a luglio: oltre 20 miliardi di dollari investiti nel complesso fino a questo momento nel settore tecnologico indiano, con la maggior parte di questi provenienti dagli Usa. Telecomunicazioni e soprattutto servizi digitali i più ‘gettonati’, con Facebook che ha optato per Relinance Jio (società di punta nelle telecomunicazioni) mentre ‘Big G’, secondo quanto riportato dal Financial Times, avrebbe avviato delle trattative per acquisire il 5% di Vodafone Idea, frutto della fusione avvenuta nel 2017 tra il colosso internazionale Vodafone e la società indiana Idea, parte della multiservizi Aditya Birla Group. Ben 330 milioni di abbonati ai servizi mobili (circa il 33% dell’intero settore) per la società obiettivo di Google, che sì ha subito perdite negli ultimi anni soprattutto derivanti dalla forte concorrenza di altri gruppi ma che può contare su una grossa fetta di mercato e soprattutto sull’investimento a stelle e strisce, con lo scopo sia di rafforzare la presenza nel Paese ma anche contrastare la stessa Reliance, che negli ultimi mesi ha messo a segno un aumento di capitale di ben 10 miliardi di dollari, nonché primatista nel settore delle telecomunicazioni con oltre 388 milioni di abbonati. Proprio queste cifre hanno attratto un’altra grande firma nel settore dell’High Tech mondiale, Microsoft, che sarebbe interessata al 2.5% di Jio Platforms, gestore (tra le altre) anche di una piattaforma e-commerce sempre più popolare in India ma con uno sguardo rivolto anche al mondo dei pagamenti digitali, un mercato destinato a toccare cifre vicine ai 135 miliardi di dollari entro i prossimi tre anni.

Tra Cina e interessi politici

Investimenti negli ultimi anni come abbiamo visto sempre più in crescita, grandi società e non solo sempre più interessate a trasferire varie fasi della catena di produzione nel Paese, anche se è doveroso ricordare come gli attriti politici tra Usa e Cina negli ultimi anni abbiano facilitato questo processo. Con circa 700 milioni di utenti internet certo quello indiano è un mercato che già faceva gola ai colossi americani, ma basti pensare ad elementi come il ‘Grande Firewall ‘ (meccanismo di censura largamente utilizzato in Cina che rendeva difficoltosi i rapporti tra Silicon Valley e il Paese), che uno ‘sbocco’ nei mercati limitrofi sotto questa luce sembrerebbe una conseguenza quasi naturale. Oltre al noto ormai caso indiano, è lecito citare in questo contesto Honk Hong, anche se una nuova legge sulla sicurezza nazionale potrebbe spingere i vari Facebook, Google e Twitter a lasciare il Paese, come già TikTok ha fatto. Quest’ultima applicazione poi, di proprietà della Cina ByteDance, è balzata alle cronache internazionali negli ultimi tempi a causa di problemi legati alla privacy, con il governo indiano che ha vietato la stessa nel Paese e vede in questi giorni gli Stati Uniti muoversi verso la stessa direzione: uno scenario questo fino a poco tempo fa quasi inimmaginabile, non scordiamoci infatti i comunque profondi legami economici tra le due potenze orientali, con gli smartphone cinesi campioni di vendite in India e numerose società di questo Paese legate ad investitori cinesi. Nei prossimi anni sempre più quindi ci si aspetterà una maggiore sinergia tra Stati Uniti ed India, con migliaia di ingegneri provenienti dai vari centri specializzati presenti nel Paese che troveranno lavoro nella Silicon Valley, così come già i CEO delle blasonate Google e Microsoft tra le altre .

Gianluca Sormani

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