L’oro e gli altri beni rifugio: sono un ottimo investimento nei periodi di crisi?

I beni rifugio sono asset che tendono a non perdere valore in un momento di crisi ed hanno una correlazione negativa rispetto gli andamenti di mercato.

Un bene rifugio è un investimento da cui ci si aspetta la conservazione, o addirittura l’incremento, del valore durante periodi di crisi. Il valore di tali beni è in grado di rimanere stabile quando invece è l’intero mercato a crollare; in tempi di crisi si verifica un fenomeno chiamato “flight to quality”, cioè lo spostamento dei capitali da strumenti più redditizi, e più rischiosi, verso asset più sicuri.

Obbligazioni e azioni

In passato si è sempre assistito ad un movimento dall’azionariato alle obbligazioni, dove, a meno di una rinegoziazione del debito, il capitale è al sicuro poiché il debito deve essere sempre ripagato.

La tendenza da parte dei commercianti di tutto il mondo ad alzare i prezzi per recuperare quanto più possibile perso durante la fase di lockdown, per il momento pare non rappresentare un rischio sostanziale; dunque, i rendimenti obbligazionari non danno, allo stato attuale, un premio al rischio particolarmente allettante.

Il fatto che le Banche Centrali acquistino titoli di Stato e obbligazioni private ad un ritmo incessante, provoca un abbassamento dei rendimenti ma, al contempo, rappresenta una garanzia anche per il rischio sostenuto quando le performance attese cominciano ad alzarsi.

Nonostante ciò, le opportunità ci sono.

Basterebbe concentrarsi su titoli obbligazionari a medio lungo termine che hanno beneficiato della politica monetaria delle Banche Centrali e/o che hanno una struttura finanziaria che consenta loro di sopravvivere anche a cash flow ridotti per un lungo periodo. Inoltre, tramite un aggiustamento di portafoglio, cioè inserendo High Yield Bond e titoli dei mercati emergenti, quando i prezzi sono bassi, consentirebbe di migliorare le performance strategiche.

L’oro

Il bene rifugio per eccellenza è da sempre l’oro, che storicamente ha sempre mantenuto il proprio valore durante i periodi più negativi di crisi, addirittura anche durante i periodi di inflazione del dollaro.

Elemento fondamentale per il quale il valore dell’oro si mantiene stabile nel corso dei decenni, è dovuto al fatto che non esiste alcuna manovra di governo che possa far variare artificialmente il suo valore, motivo per cui esso è sempre apprezzato dagli investitori anche se non garantisce nessun tipo di rendimento.

A partire dall’inizio del 2020 l’oro ha visto aumentare il proprio valore in risposta alla diffusione del COVID-19. Ad oggi infatti la situazione è cambiata: in un periodo in cui molti titoli di Stato a 10 o a 30 anni offrono rendimenti negativi, l’oro diventa molto più appetibile perché, seppure continui a non produrre rendimento, esso non comporta alcuna spesa. In genere gli specialisti finanziari raccomandano di investire tra il 5 e il 10% delle proprie attività finanziarie nel bene rifugio per eccellenza.

Tra le qualità che gli esperti attribuiscono all’oro, c’è quella di materiale anticiclico. Ciò significa che il suo valore aumenta nei momenti di maggiore turbolenza dei mercati o di grande volatilità degli stessi. Inoltre, l’oro è un bene materiale, perciò in tempo di crisi è molto più ambìto rispetto agli strumenti finanziari che, privati del loro valore di mercato, non sono altro che pezzi di carta.

Le valute più sicure

Il franco svizzero, data la stabilità del suo governo e in generale del sistema finanziario, rappresenta una delle monete più sicure in cui convertire i propri risparmi, insieme al dollaro -che rappresenta la valuta di riserva globale- anche se questo status è oggi minacciato dal renminbi cinese.

Avere liquidità in tempi di crisi permette all’investitore di approfittare delle occasioni e dei prezzi molto più bassi.

JP Morgan in tempi di coronavirus, ha spostato l’attenzione sulle valute emergenti, foriere di grandi opportunità in questo periodo storico. La casa d’affari americana sottolinea come gli assets sulle valute emergenti siano sottostimati e tra le varie alternative suggerisce come i Bond dei Pesos messicani e Rubli russi possano offrire rendimenti più stabili. Considerazione questa avvalorata dagli analisti di Morgan Stanley, che annunciano di aver aumentato il peso specifico di portafoglio dei titoli emergenti espressi in valuta forte.

C’è poi da considerare anche l’impatto del coronavirus sui listini azionari, che è stato enorme, ma anche sui mercati valutari, con il rallentamento degli scambi e dell’economia globale che hanno subito notevoli assestamenti.

Il desiderio di mettere al riparo gli investimenti su asset “sicuri”, come ad esempio Treausies americani, ha contribuito a fare del dollaro l’ovvio vincitore di questa fase.

Il Dollar Index -indice che traccia la performance della valuta su un paniere diversificato di valute- ha guadagnato il +3,2% da inizio anno al 2 aprile.

Titoli di stato

Il Coronavirus ha stravolto tutte le certezze del caso, quindi quello che fino a qualche tempo fa si poteva considerare sicuro adesso non lo è più. Certo, l’emissione di debito pubblico di un paese come la Germania, gli Stati Uniti, la Norvegia, il Giappone, il Canada e l’Australia presenta certamente rischi bassissimi rispetto ad altre realtà, dal punto di vista di chi compra, almeno nella valutazione del mercato.

Facili anche e soprattutto da liquidare velocemente -ma come è ovvio- i titoli di Stato di questi paesi, soprattutto a breve e medio termine, offrono rendimenti assai minori rispetto ad altri.

Se si volesse investire nei titoli di Stato, i Credit Default Swap i cosiddetti CDS, rappresentano un ottimo strumento per valutare il grado di rischio di un qualsiasi titolo. Si tratta nella sostanza di un’assicurazione contro il rischio di default, cioè quel rischio legato all’insolvenza di un titolo di stato. Il suo valore, a quantità che si deve pagare per mettersi al sicuro, permette di stabilire l’affidabilità di un’azione o di un’obbligazione.

Per combattere questa enorme crisi post-coronavirus, le banche centrali di tutto il mondo hanno spinto i tassi d’interesse fino allo 0%. Ad oggi esistono addirittura titoli di stato con tassi negativi, come il Bund tedesco a 30 anni, dove l’investitore paga un interesse dello 0,11 % al governo tedesco per tenere i propri soldi al sicuro.

Ferdinando Margiotta

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