Migliorare la propria comunicazione in 3 facili step

Tutti pensano di essere comunicatori efficaci. Un po’ come l’abilità alla guida, la comunicazione è una di quelle cose in cui ognuno pensa di essere (anche solo leggermente) superiore alla media. Ma quanto lo siete veramente? Nel management comunicare non è solo una bella skill da possedere, ma uno dei cardini della professione.

Cosa rende dunque un buon comunicatore tale? Se volete migliorare le vostre doti da comunicatore ed avere maggiori chance di ottenere quella promozione, piuttosto che fare colpo sui genitori del(la) vostro/a partner, le righe che seguono fanno al caso vostro. Con la saggezza condensata di un vero e proprio corso di comunicazione impartito da un coach professionale in un corso universitario specialistico.

Perchè è importante essere buoni comunicatori

Che vogliate essere manager, consulenti, mediatori o imprenditori (ma non solo) avrete bisogno di convincere molte persone (fornitori, clienti, capi, sottoposti, …) di molte cose (le vostre intenzioni, la vostra preparazione, la vostra serietà, i vostri fatti). Sotto questa ottica, la buona comunicazione diventa un’arma formidabile, in grado di porvi sotto la giusta luce per avere influenza sugli altri.

Oltre a ciò, ognuno percepisce a priori la realtà in modo diverso. Questo crea spesso situazioni in cui persone si scontrano a livello ideologico a causa di assunzioni diverse su cui si basano idee o discorsi. La comunicazione parte da quì: l’esplorazione di queste assunzioni, così da avere un’idea più chiara della visione dell’altro. Una volta che si è in grado di fare ciò, si è poi più capaci ad accompagnare altri nello scoprire la vostra visione.

Step 1: la comunicazione non verbale

Da un po’ di tempo a questa parte è diventato un mantra quello della comunicazione non verbale… per un buon motivo: è effettivamente importante! Ha il potere di stimolare o distruggere una conversazione. Per essere chiari, non ci sono formule magiche da applicare (‘Questi non sono i droni che state cercando‘), ma ci sono una serie di comportamenti positivi e consapevolezze da mantenere, ed atteggiamenti negativi da minimizzare o eliminare.

Nel primo gruppo rientrano quei segnali corporei che indicano attenzione, come mantenere il contatto visivo, massaggiarsi il mento o la tempia, annuire ogni tanto con la testa e via discorrendo. Non dovete essere Tim Roth nella serie tv Lie to Me, e non dovete applicarli tutti allo stesso momento, abituarsi ad usarli in una conversazione vi darà però grande beneficio.

Dall’altra parte vi sono i comportamenti assolutamente da evitare, come guardare il telefono, fare rumore mentre la controparte parla o in generale fare altro. Se è qualcosa per cui un professore, un insegnante a scuola o vostra madre a tavola potrebbe riprendervi, probabilmente rientra in questa categoria.

Step 2: l’active listening

E’ una parte fondamentale del conversare. Se proprio dovete imparare un solo concetto dall’articolo ed ignorare il resto fate che sia questo, perchè è la base di ogni buona conversazione. Nella sua banalità viene sempre sorvolato o dato per scontato, e conseguentemente non applicato, ma diventarne maestri significa avere un ascendente maggiore su chiunque. Denominato active listening perchè non ci si limita ad ascoltare passivamente, ma si interviene, consiste semplicemente nel fare domande.

La domanda giusta al momento giusto è in grado di cambiare la predisposizione che l’altro ha nei vostri confronti in un attimo. Immaginate di star raccontando del vostro film preferito ad un vostro amico, e dopo 5 minuti vi sorge il dubbio che a lui non interessi minimamente l’argomento. State per passare oltre quando egli vi pone una domanda molto specifica sulla trama, toccando una scena che avete appena spiegato. Ecco che vi si riaccende lo spirito e con più entusiasmo di prima ti appresti a rispondere, rivelandogli piccoli dettagli e fatti che solo i veri fan come te conoscono. Cos’è appena successo? Il vostro amico ha usato l’active listening ‘contro’ di voi, riaccendendo e dando nuova vita alla conversazione.

Vi è un dettaglio a cui fare attenzione però quando usate questa tecnica. Le domande devono essere costruttive, non intimidatorie o che possano suscitare frustrazione nell’altro. Poche cose sono più irritanti, per esempio, di qualcuno che pone domande apparentemente mirate a trovare il pelo nell’uovo. Siate piuttosto inclini a testare le assunzioni implicite del vostro interlocutore. Se poi percepite di poter sembrare comunque intimidatori o aggressivi in parti della conversazione, aggiungete quà e là dei complimenti, o comunque frasi amichevoli che aiutino ad allentare la tensione.

Step 3: il tono e la cadenza

Quest’ultimo step è abbastanza intuitivo: il tono che usate definisce quello che state dicendo. Se la vostra voce ha un suono arrabbiato, stizzito o di sfida, la gente tenderà ad essere sulla difensiva. Una volta che ciò succede, diventa difficile smuovere l’interlocutore e portarlo a comprendere la vostra visione. La sfida è mantenere sempre una tonalità relativamente calma. I comunicatori più esperti sono in grado di placare gli animi col solo tono della voce: pacato ma fermo ed imperturbabile.

Il potere del tono non si ferma però qui. Se usato con maestria ed a seconda del contesto, può essere usato per creare coesione e complicità con la controparte. Una ramificazione di ciò è il cosiddetto effetto Mirroring, ovvero l’imitare (consciamente o non) i gesti e/o il tono di altri individui per creare intesa.

Altra parte fondamentale di una conversazione, o anche di un discorso in questo caso, è la cadenza, ovvero quante parole al minuto escono dalla vostra bocca. Parlare lentamente ed in modo scandito aiuta a risultare più comprensibili e dunque più piacevoli da ascoltare. Essere preparati su un argomento invece a volte induce a parlare velocemente, per condensare quante più informazioni possibili nel minor lasso di tempo. Attenti a questa trappola!

Se vi è interessato l’argomento, questo è solo l’inizio. La comunicazione è un mondo dalle infinite possibilità. Ciò che posso fare e segnalarvi articoli interessanti come questo. Harvard Business Review ed altre istituzioni importanti spesso rilasciano articoli in-depth su questo argomento. La conoscenza è a portata di click. Ad maiora!

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