Signoraggio bancario: davvero un governo guadagna dalla quantità di moneta stampata?

Il termine come lo conosciamo oggi nasce per definire il diritto del signore feudale a coniare moneta e a trattenere una parte del metallo prezioso usato per coniarlo.

L’articolo 32.1 dello Statuto del SEBC dice che si tratta dell’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita della moneta in circolazione.

Le origini

C’era una -sia pur impercettibile- differenza tra il valore nominale delle monete e quello reale del metallo con il quale erano coniate. Il valore veniva trattenuto dal governo e veniva usato per la spesa pubblica; si pensa che il primo regnante ad usarlo concretamente fu l’imperatore romano Settimio Severo. Metà del metallo prezioso viene tolta alle monete, ma il loro valore nominale rimane tale. Si diffonde poi in larga scala durante il medioevo, quando chiunque poteva portare dell’oro alla zecca pubblica, sotto l’egida di un signore locale, per poi far convertire la quantità d’oro in un corrispettivo monetario; durante il periodo medievale tale processo poteva essere svolto anche usando la monetazione in argento o in rame.

In cambio del servizio di coniatura, il suddito doveva però pagare una certa quantità d’oro al signore, quest’oro che entrava poi nelle casse pubbliche, rappresentava il diritto di signoraggio. Una garanzia ulteriore sul già intrinseco valore del denaro.

Nel 1944, con la Conferenza di Bretton Woods, si cerca di stabilizzare la situazione internazionale usando il dollaro agganciato all’oro come riferimento di tutte le altre valute. Questo sistema viene abbandonato dal presidente Usa Richard Nixon durante la guerra del Vietnam, nel 1971, in favore dell’attuale sistema della Fiat Currency, che di fatto non è agganciata ad alcun valore reale.

Signoraggio e debito pubblico italiano

Si usa, e l’Italia lo usò molto negli anni Settanta, quando ci fu un grande bisogno di far fronte a una spesa pubblica in crescita e ad una grande, crescente, infedeltà fiscale. E anche la Germania di Weimar, tra il 1921 e il 1923 ne abusò, innescando una spirale iper-inflattiva che rese carta straccia le banconote.

Il potere di emettere moneta, oggi perlopiù in forma digitale, è dunque prerogativa assoluta delle banche centrali che, prestando denaro e quindi liquidità alle banche commerciali, ricevono come contropartita in garanzia, alcuni titoli.

Spesso succede anche che le banche centrali -come nei casi di Quantitive Easing– comprano titoli di stato che una volta nel loro portafoglio, generano ricavi.

Si è arrivati a dire che il signoraggio bancario, ad oggi, sia la causa dell’attuale crisi economica e finanziaria. A rilanciare sui mass media questo e di quella che forse è stata la sua influenza nell’attuale crisi economica,  è stato sicuramente il clamore suscitato dai tentativi condotti dall’avv. Marra di portare la questione all’attenzione dei tribunali italiani, ma anche gli interventi pubblici di non pochi intellettuali che hanno discusso del ruolo della Banca Centrale Europea, in concomitanza con i tanti ritardi che essa, prima della svolta di Draghi, ha mostrato nella gestione dell’emergenza finanziaria. In molti hanno quindi sostenuto che il signoraggio bancario abbia avuto un impatto importante sulla crescita del debito pubblico italiano.

È indubbio, infatti, che prima del divorzio lo Stato italiano facesse ampio uso del signoraggio -sia quello monetario che quello da interessi – per ridurre i propri costi di finanziamento. L’assetto istituzionale precedente al divorzio, infatti, prevedeva due canali tramite i quali il Tesoro poteva finanziarsi presso la Banca d’Italia: esso disponeva di un conto corrente presso la banca centrale, chiamato “conto corrente di tesoreria”, e aveva inoltre la possibilità di vendere i titoli di Stato che emetteva direttamente alla Banca d’Italia.

Tralasciando i dettagli tecnici, il punto centrale è che nell’era pre-divorzio il “debito” accumulato dal Tesoro nei confronti della banca centrale non costituiva assolutamente un debito reale verso essa.

Nel caso del conto corrente di tesoreria, si trattava molto semplicemente di un debito che non doveva mai essere ripagato (se non per una scelta volontaria da parte del Tesoro stesso) e che dunque poteva crescere illimitatamente nel corso del tempo. Nel caso dei titoli di Stato acquistati dalla banca centrale, invece, nel momento in cui questi giungevano a maturazione, il Tesoro si limitava ad emettere altri titoli per un ammontare maggiore di quelli in scadenza, che poi rivendeva sempre alla Banca d’Italia; e così, questo processo, potenzialmente si protraeva all’infinito.

La Dollarizzazione

Un’altra questione spesso confusa con il signoraggio è quella in cui un paese finisce per adottare una moneta diversa, non emessa dalle proprie autorità monetarie, e che quindi rinuncia totalmente ad un qualsiasi reddito da signoraggio. Il caso può somigliare a quello dei paesi della zona euro che hanno scelto di rinunciare alla sovranità monetaria delegando alla Banca centrale europea la politica monetaria e, tale similitudine si rafforza quando si osserva come il modello della BCE sia in effetti ritagliato sulle esigenze della Germania.  Nel mondo esistono diverse situazioni del genere, e gli economisti hanno studiato la questione, con particolare riferimento alla c.d. “dollarizzazione”, ovvero, la sostituzione della moneta locale con il dollaro statunitense.

Una tale politica -però-  rischia di esporre il paese a due tipi di perdite relative al signoraggio: da un lato, man mano che si ritira dalla circolazione la moneta nazionale cambiandola per il corrispettivo straniero, le autorità monetarie devono ricomprare la massa di moneta di proprietà del pubblico e delle banche, restituendo i diritti di signoraggio che si erano accumulati con il tempo. Inoltre, le autorità monetarie perdono i guadagni relativi al signoraggio nel futuro.

Allo stesso tempo, naturalmente, lo Stato di cui si è adottata la moneta (gli Stati Uniti nel caso in esempio) aumenta le proprie entrate relative al signoraggio.

La dollarizzazione ha dei costi/benefici economici e politici, così riassumibili che possono essere la perdita del signoraggio, ovvero, la differenza tra quello che una banconota vale e il suo costo di produzione, che non va più alla Banca Centrale ma in questo caso va alla FED; la perdita di una propria Banca Centrale e quindi l’impossibilità di intervenire nel sistema bancario, creditizio e finanziario e infine la perdita di una politica monetaria e quindi di un Piano di sviluppo nazionale.

 A fronte di questi costi, i benefici riguardano, per esempio, il raggiungimento dello stesso tasso d’inflazione del Paese di cui si adotta la moneta, tassi d’interesse pressoché identici e una forte stabilità del cambio.

Per l’euro, la questione della perdita del signoraggio, è stata risolta con la retrocessione degli utili alle banche nazionali.

Ferdinando Margiotta

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