Web tax: i colossi del tech dovranno pagare più tasse in Italia e in Europa

Inciderà con un’aliquota del 3% sui ricavi dell’anno precedente per i big di internet che vantano 750 milioni di fatturato.

Dal 1° gennaio la web tax debutterà anche in Italia. In attesa di una soluzione globale e globalmente condivisa, che l’Ocse si è impegnata a rilasciare entro fine 2020, la legge di Bilancio per il 2020 ha definitivamente liberato la ‘tassa sui servizi digitali’ dai decreti attuativi che l’avevano tenuta in porto negli ultimi anni.

Attesi 708 milioni di gettito già a partire dal 2020.

In Italia una tassa alla francese

La tassa sui servizi digitali italiana somiglia molto a quella in vigore in Francia dallo scorso giugno – con cui condivide sostanzialmente perimetro e aliquota del 3% sui ricavi – e alla luce dello scontro diplomatico internazionale scaturito sul punto, come le ritorsioni degli Usa attraverso i dazi sull’import francese, anche alla Digital Tax tricolore è stata aggiunta la clausola di restituzione/compensazione dell’eventuale eccedenza maturata sul differenziale tra la futura digital tax globale e quanto già versato nel frattempo all’Erario.

Il fatturato complessivo in Italia nel 2018 delle prime 15 società di servizi digitali del mondo -tutte di matrice Usa o asiatiche- secondo un recente studio di Mediobanca è stato di 2,4 miliardi, una cifra significativa ma che oltre a risentire di piani di ottimizzazione fiscale aggressivi ritrova in realtà una raccolta di tasse societarie molto bassa di circa 64 milioni, che vengono solo parzialmente compensati dagli esiti di iniziative giudiziarie della Procura di Milano, come gli ‘accordi incentivati’ di tutti gli over the top con l’agenzia delle Entrate, da Google a Facebook passando per Apple.

La digital service tax, oltre a sterilizzare gli effetti sulle Pmi e più in generale su chi non è oligopolista di rete, dovrebbe consentire di recuperare in meno di 18 mesi le risorse perse dal mancato avvio del 2019, circa 150 milioni di euro, innalzando di 108 milioni annui la raccolta originariamente prevista per il biennio 2020-2021; tale raccolta potrà beneficiare tra l’altro della crescita di un mercato in perenne espansione.

Clausole di esclusione

Ridisegnati anche i confini di ciò che rientra nella categoria e/o nozione di servizi digitali e di ciò che ne è escluso. In particolare, l’imposta non trova applicazione sulla fornitura diretta di beni e servizi, nell’ambito di un servizio di intermediazione digitale o sulla fornitura di beni o servizi ordinati attraverso il sito web del fornitore di quei beni e servizi, a patto che il fornitore non svolga funzioni di intermediario.

E ancora, non è assoggettata all’imposta la messa a disposizione di un’interfaccia digitale il cui scopo esclusivo o principale è quello della fornitura agli utenti dell’interfaccia da parte del soggetto che gestisce l’interfaccia stessa di contenuti digitali, servizi di comunicazione o servizi di pagamento.

Lo stesso vale per chi mette a disposizione un’interfaccia digitale utilizzata per gestire alcuni servizi bancari e finanziari tra cui, ad esempio, i sistemi dei regolamenti interbancari o di regolamento e consegna di strumenti finanziari, le piattaforme di negoziazione o i sistemi di negoziazione.

Ma l’elenco delle esclusioni potrebbe continuare, oltre i servizi finanziari, interessando anche l’organizzazione e gestione di piattaforme telematiche per lo scambio dell’energia elettrica, del gas, dei certificati ambientali e dei carburanti, nonché la trasmissione dei relativi dati ivi raccolti e ogni altra attività connessa.

La tempistica

L’imposta si applica sui ricavi realizzati nell’anno solare, in luogo dei ricavi realizzati trimestralmente.

Di conseguenza, è previsto che il versamento dell’imposta dovuta si concretizzi entro il 16 febbraio dell’anno solare successivo a quello di riferimento, il primo versamento è quindi previsto entro il 16 febbraio 202, e che i soggetti passivi presentino una dichiarazione annuale sull’ammontare dei servizi tassabili forniti entro il 31 marzo dello stesso anno, di conseguenza entro il 31 marzo 2021.

Per le società appartenenti al medesimo gruppo, per l’assolvimento degli obblighi derivanti dalle disposizioni relative all’imposta sui servizi digitali è nominata una singola società del gruppo. In particolare, la norma prevede che i soggetti non residenti, privi di stabile organizzazione nel territorio dello Stato, stabiliti in uno Stato diverso da uno Stato membro UE o SEE con il quale l’Italia non ha concluso un accordo di cooperazione amministrativa per lottare contro l’evasione e la frode fiscale e un accordo di assistenza reciproca per il recupero dei crediti fiscali, siano tenuti a nominare un rappresentante fiscale per assolvere gli obblighi di dichiarazione e di pagamento dell’imposta sui servizi digitali. Tali soggetti passivi dell’imposta sono altresì obbligati a tenere un’apposita contabilità per rilevare mensilmente le informazioni sui ricavi dei servizi imponibili, così come gli elementi quantitativi mensili utilizzati per calcolare le proporzioni dei servizi imponibili.

Ferdinando Margiotta

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