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La crisi della gestione attiva del risparmio: il ruolo dell’asset manager

La crescita dominante del mercato degli ETF, i nuovi concorrenti, i costi elevati e le nuove necessità dei consumatori, come cambierà il ruolo degli Asset Managers nell’industria del risparmio gestito.

Figura cardine nell’industria del risparmio gestito e del mondo degli investimenti, che fa da collante tra case prodotto, mercati e clientela. Negli ultimi anni l’evoluzione della tecnologia e la creazione di nuovi prodotti ha ridimensionato molto questo ruolo, tanto che molti ipotizzano la sua possibile scomparsa negli anni a venire, o quantomeno una sensibile trasformazione.

ETF vs Asset Manager “Active”

L’Asset Management: “È l’attività di gestione, ottenuta tramite un mandato, di risparmi e investimenti detenuti da privati e società. Riguarda sia attività finanziarie (come azioni, obbligazioni, liquidità) che non finanziarie (come immobili e patrimoni)”. (fonte Pictet). L’Asset Manager è la figura che gestisce questi fondi investendoli sui mercati dei capitali.
Il principale concorrente che ha fortemente ridimensionato la quota di mercato agli Asset Manager “attivi” è rappresentato dagli Exchange-Traded Funds (ETF). Gli ETF sono fondi, principalmente a gestione passiva (questi rimangono i più diffusi), che replicano un indice di mercato (o una mix di essi), viene quindi a mancare quel componente umana soggettiva.
Perché scegliere un ETF? Sono, solitamente, meno costosi (si fa riferimento alle spese di ingresso e mantenimento della quota). Svantaggio principale: la rischiosità, non è dato ad un gestore la possibilità di correggere significativamente il mix degli investimenti, questo può portare a significativi guadagni, così come ad ingenti perdite. Qualcuno potrebbe obiettare che ci sia un elevato grado di rischiosità insito anche nelle gestioni attive proprio a causa dell’ampia libertà data ai gestori, ma la possibilità di correggere citata in precedenza mitiga notevolmente il rischio comparato a quello dei fondi a gestione passiva. Tuttavia, questo tema resta ampiamente dibattuto. Ulteriore fattore di rischiosità è rappresentato dal fatto che gli ETF sono quotati, per cui l’andamento dipende anche dalle contrattazioni (cosa che non vale per i mutual funds).
Una precisazione sulla presenza di un indice di riferimento: i gestori “attivi” hanno un benchmark con cui confrontarsi (spesso sono sia competitor che uno di mercato), quello che cambia è la prospettiva: obiettivo della gestione passiva è replicare (quasi in modo identico, spesso la gestione si basa esclusivamente su un algoritmo) il benchmark, la gestione attiva invece punta a batterlo, a sovraperformare, per giustificare anche i costi più elevati. 
Alcune grandi case prodotto (Blackrock, Vanguard, Carmignac, JP Morgan) hanno optato per l’offerta sia gestioni attive che passive, diversificando il business per mantenere importanti quote di mercato.

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale può per molti rappresentare un competitor: affidare ad algoritmi e macchine la gestione degli investimenti ridurrebbe le componente di incertezza legata alle scelte umane (dei gestori), soprattutto con riferimento al timing delle operazioni e all’asset allocation. Su questo aspetto, tuttavia, ci sarebbe una critica da porre: la componente umana è proprio quella per cui in molti casi i clienti scelgono un Asset Manager piuttosto che un altro, per la sua capacità di prevedere e interpretare i mercati, al di là di modelli quantitativi e algoritmi. 
In questo frangente la FinTech sta prendendo sempre più piede, andando non a sostituire i gestori, quanto piuttosto agendo in modo complementare ad essi sia sotto aspetti più tecnico-ingegneristico: costruzione di modelli di rischio, funds selection, previsioni; sia sotto aspetti legati al business: efficiente creazione di prodotti più in linea con i profili dei clienti, analisi di mercato lato collocamento dei fondi, tracciabilità delle informazioni, analisi dati, attività di consulenza. 
Intelligenza Artificiale e regolamentazione? Probabilmente la frontiera meno esplorata, in realtà facendo riferimento alla tracciabilità delle informazioni, le società di gestione avrebbero un ruolo più attivo nel continuo processo di innovazione della regolamentazione dei mercati e degli operatori, che si è fatta sempre più presente in seguito alla crisi finanziaria: l’IA può portare aiutare nella semplificazione dei controlli e in una maggior tutela dei risparmi dei consumatori.
Questo per concludere che la figura dell’Asset Manager non scomparirà, ma dovrà sicuramente evolversi, cambiando le competenze ricercate o includendo nei team di gestione figure che abbiano un’ottima capacità di interfacciarsi con le nuove tecnologie della comunicazione e dell’analisi dati.

Possibili soluzioni

Probabilmente la crisi che potrebbe far seguito alla recente pandemia accentuerà le criticità segnalate; ci potrà essere anche un sensibile calo degli investimenti o quanto meno delle performance, trovandosi molti Asset Manager a dover stabilizzare l’andamento dei propri portafogli a seguito delle ingenti perdite registrate in questi mesi. Molti clienti potrebbero spostarsi su altre tipologie di investimento considerate più sicure o abbandonare i fondi più rischiosi e costosi, cambieranno forse le loro preferenze? Ovviamente si tratta di ipotesi, che avranno riscontro solo nel futuro, certo è che gli Asset Manager possono usare questa situazione a loro vantaggio andando ad intervenire su alcune criticità. Come quelle segnalate dal report “The Future of Asset Management. Exploring new frontiers”, redatto da JP Morgan, che mette in luce 4 aree di intervento, che sono funzionali all’esistenza degli Asset Manager negli anni a venire:

  • Convergenza dei processi;
  • Ucits IV, quali vantaggi può portare la normativa europea;
  • Analisi della distribuzione dei prodotti;
  • Regolamentazione, soprattutto operando attivamente per migliorare l’intero sistema.

Venendo all’ultimo punto, la regolamentazione dal canto suo deve probabilmente diventare più semplice, chiara e con procedure burocratiche più snelle (argomento di cui sentiamo parlare molto in Italia).
In conclusione pare utile segnalare alcuni punti di forza, per i quali continuare ad affidarsi a queste figure risulta la scelta migliore.

  • Garanzia e Fiducia: affidiamo i nostri risparmi ad istituzioni che, oltre a godere di reputazione internazionale in molti casi, fondano tutta la loro attività su sulla trasparenza delle informazioni e sulla necessità di mantenere alto questo livello di reputazione. Non promettono guadagni facili, perché, molto semplicemente non esistono. Oltretutto in borsa non si “gioca” né si “vince”, si stabiliscono piuttosto livelli di rischio e rendimento sulla base della clientela di riferimento;
  • Prodotti: gestiti da figure con un’elevata competenza sia teorica che pratica, che rispettano rigide procedure interne per garantire la massima protezione dell’investimento per il consumatore;
  • Ricerca e Sviluppo: le grandi società del settore hanno interi divisioni di ricercatori e analisti che sviluppano modelli quantitativi per la gestione dei rischi e la selezione dei migliori prodotti sui quali investire, oltre che per fare previsioni sull’andamento futuro dei mercati;
  • Controlli: disciplina sempre più importante, le autorità di vigilanza e le regole dettate dalle istituzioni (soprattutto nell’Unione Europea) hanno negli anni posto la tutela del consumatore al centro del loro ambito di attività, andando a vincolare le attività e i processi interni alle società di gestione.

Alessandro Gastaldello

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