Corporate Governance, parte 2: tra Europa, Peaky Blinders e Keiretsu.

In questa seconda parte dell’articolo di settimana scorsa faremo un giro del mondo alla scoperta dei modelli rimanenti, con un piccolo excursus sulle varie implicazioni dei diversi contesti geografici e concludendo con qualche spunto di riflessione.

Come già detto nel precedente articolo, Corporate Governance è un argomento che ha di per se una rilevanza notevole nelle varie società di oggi. Scaveremo ancora più a fondo nell’argomento, toccando nel nostro iter Europa e Giappone.

Il Modello Europeo

Nello scorso articolo abbiamo affrontato una quantità smodata di concetti condensati in relativamente poche righe, ma ora che abbiamo chiari (si spera) un paio di concetti chiave, ciò che seguirà dovrebbe essere più facile da masticare. Abbiamo parlato di come il CEO americano abbia grande potere e ci sia difficoltà nel controllarlo, soprattutto a causa della dispersione del potere degli shareholder. Nel modello comunemente detto europeo, da qualcuno battezzato anche “modello tedesco”, il problema del controllo si pone in modo minore perché spesso e volentieri le banche fungono da investitori di maggioranza, soprannominati blockholders, aventi l’incentivo ed i mezzi per monitorare l’operato delle compagnie in cui investono.

Nonostante sia quindi efficace, questo ‘modello istituzionale’ porta degli svantaggi minori. Primo tra tutti il rinunciare alla flessibilità del sistema finanziario americano: mentre per il mercato americano ci vuole poco tempo per disinvestire da azienda X ed investire in azienda Y, nel modello europeo questa rapidità manca. Se una compagnia in mano ad una banca europea iniziasse a rendere poco e/o a performare male, la banca proverebbe a risolvere i problemi insiti nella gestione, non ritirerebbe i capitali alla prima occasione per reindirizzarli verso altri lidi. Inoltre alcuni argomentano che per questo motivo, e per la mancanza di outside directors a controllare la cui reputazione è in gioco (se ricordate dal precedente articolo, gli outside managers delle board di controllo hanno un interesse reputazionale nel punire eventuali mancanze dell’azienda in esame),  il modello europeo sia meno imparziale nel controllare la profittabilità delle compagnie. Sarebbe quindi più facile per il manager convincere gli outside manager della banca che va tutto bene. Un secondo potenziale lato negativo è il dualismo che le banche spesso e volentieri hanno nei confronti delle aziende. Perché, nel caso non lo sapeste, tutte le grandi aziende hanno banche nel proprio bilancio come debitori. Quando le due figure co-esistono (la stessa banca sia come debitore che come azionista) possono palesarsi conflitti d’interesse di varia natura. Ad esempio, una banca potrebbe ampliare il proprio potere su una compagnia usando la sua posizione di rilievo da blockholder per ampliare il debito dell’azienda, a vantaggio ovviamente di se stessa e a svantaggio del resto degli azionisti. Come si può vedere quindi entrambi i modelli, europeo e americano, hanno vantaggi e svantaggi.

Il Modello Latino: ‘We’re the Peaky f***ing Blinders’

In tutto ciò, i lettori più attenti si staranno domandando ‘ma in posti dove non vi sono ne la borsa ne banche a fare da blockholder? Come funziona?’. I paesi che rientrano in questo limbo sono principalmente quelli del Sud-Europa, in quello che i ricercatori chiamano “il modello latino”. Tra questi figuriamo anche noi, l’Italia. Il loro funzionamento ricorda quello osservabile in una certa serie amata da molti: I Peaky Blinders. Se l’avete visto saprete che non importa ciò che succede, la famiglia è la famiglia. Nonostante i Peaky Blinders fossero britannici, il loro modello di fare business ha evidenti punti d’incontro con i problemi di agency conflict delle nostre parti. In primis, supponete di essere un ricco investitore in cerca di un attività in cui riversare denaro (per ottenerne di più in seguito, s’intende). Lo dareste alla famiglia Shelby? Se la vostra risposta è si, siete ottimisti, ma poco accorti. Il fatto è che il CEO (Tommy Shelby in questo caso) è parte della famiglia (proprietario di maggioranza). Sembrerebbe che il problema del modello americano (la mancanza di un blockholder) sia svanito, no? Sbagliato. Si è solo spostato verso gli investitori di minoranza (voi in questo caso). Se si presentasse una scelta in cui da una parte si favorisce la famiglia Shelby e dall’altra gli investitori minori (ancora voi), chi pensate sceglierebbe quel volpone di Tommy? Questo è uno dei motivi principali per cui l’Italia non attrae grandi capitali dall’estero in quantità.

C’è da chiarire un punto molto importante: le differenze tra i vari modelli qui affrontati non sono leggere. Spesso si snodano in più dimensioni della società, come il sistema legislativo e persino quello educativo. Sono profonde differenze che, secondo alcuni prominenti fautori della Teoria Istituzionale, vanno a creare addirittura diverse varietà di capitalismo. Ad esempio, pensando al modello americano dell’articolo precedente, vista la volubilità del mercato e quindi compagnie che si creano e si disfano in un battito di ciglia, il sistema legale non fornisce protezione estensiva ai lavoratori, e l’educazione scolastica ha un carattere meno tecnico e specifico, i.e. anche il mercato del lavoro e la sfera legale si sono adattate nel tempo a questa flessibilità insita. Se quindi steste pensando ‘ma basterebbe copiare gli americani o i tedeschi’, non è così facile. Bisognerebbe adattare leggi e non solo. Ciò non significa che sia impossibile, anzi, avere mercati finanziari più avanzati potrebbe evolvere l’economia italiana, ci sono però dei contesti specifici che vanno riconosciuti e rispettati. Affronteremo magari questo discorso un’altra volta.

Tokyo, quartiere di Shibuya

Il Modello Giapponese

L’ultimo modello di cui parlare è una singolarità interessante, che ricorda quello tedesco (europeo) per l’avere le banche in una posizione centrale, rispecchiandone quindi in parte i pro ed i contro, ma ha la curiosa particolarità di essere basato sulla cooperazione: il modello giapponese delle Keiretsu. Prima di andare oltre occorre definire cosa è una Keiretsu, che sta alla base di questo sistema istituzionale e finanziario: è un termine che fa riferimento ad un network di compagnie legate da partnership e cross-holding (i.e. la pratica di più compagnie di possedere azioni le une delle altre), quasi come una famiglia di aziende. Queste possono essere verticali (quindi che vanno più in alto o in basso nella value chain, ad esempio è in rapporto verticale la Apple con i suoi fornitori di componenti per l’Iphone), orizzontali (verso industrie diverse) o un mix di entrambe, ovvero un intricato ecosistema di compagnie unite da alleanze, onore e sinergie. Il punto centrale di questi gruppi solitamente è, manco a farlo apposta, una banca, che fornisce capitale a basso costo (basso tasso d’interesse) al resto della famiglia. Quasi tutte le grandi aziende giapponesi fanno parte di una Keiretsu, ad esempio i grandi produttori di auto nazionali come Mitsubishi e Toyota.

Ora che sappiamo com’è il modello giapponese a grandi linee, ci dobbiamo porre il solito interrogativo: come viene affrontato in questo caso l’agency conflict? Come vengono messi in riga i manager? In una parola – reputazione. Dato che le aziende per la maggior parte sono agglomerate in questi colossi che sono le Keiretsu, se ti costruisci una cattiva reputazione come executive non avrai per niente vita facile nel trovare lavoro. Come con gli altri modelli, altre sfere della società sinergizzano con l’impostazione del modello che abbiamo descritto finora. Ad esempio il sistema legale ha leggi ad hoc per regolare le interazioni tra questi gruppi. Persino il loro sistema di formazione di talenti spesso è fatto in-house, con talenti coltivati all’interno della Keiretsu e posti poi in compagnie della “famiglia”.

Questi sono perlopiù i modelli di Corporate Governance predominanti ora come ora. Nel mix c’era anche un tocco di Varieties of Capitalism di P.A. Hall e D. Soskice, interessante lettura che consiglio ai più curiosi e che usa una lente nuova per spiegare i contesti che vanno a formare i modelli descritti in questi articoli, e non solo. Come nota finale, e potenziale spunto di riflessione, il futuro ci pone una serie di questioni su come si evolverà il campo della Corporate Governance: i Business Group dei mercati emergenti insegneranno qualcosa ai modelli esistenti? La tecnologia cambierà le regole del monitoraggio, spostando l’ago della bilancia in favore di qualche modello in particolare? Staremo a vedere.

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