Economia criminale: tra miliardi e reati, ecco il lato oscuro dell’economia

Cartelli, organizzazioni criminali, trafficanti di armi ma non solo: diversi ‘attori’ della criminalità economica, tra guadagni facili e profitti immensi, il lato nascosto dei soldi.

‘Opportunità di espansione dell’economia criminale’. E’ questo quanto emerso dalla Direzione Investigativa Antimafia rispetto alla situazione che stiamo affrontando: le organizzazioni criminali, nella versione affaristico-imprenditoriale, immettono rilevanti risorse finanziarie frutto di attività illecite nei circuiti legali, ponendosi come ‘welfare alternativo’, mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale, il tutto all’interno di un ecosistema ben maggiore di quello che possiamo immaginare, che smuove miliardi ogni anno.

Tra crimine e legalità

Negli scorsi decenni, se non secoli, economia criminale e legale sono venute più volte a contatto, spesso con azioni e modi di fare all’oscuro dei tanti, ma con conseguenze rilevanti. Spesso le attività illecite si declinano perlopiù in azioni quali riciclaggio, estorsione, evasione fiscale e traffico dei vari stupefacenti, armi o droga. Per dare un riferimento immediato della quantità di denaro movimentata dalle varie organizzazioni, dalle attività illegali e dal ‘sommerso economico’ (‘insieme delle attività economiche che contribuiscono al PIL ufficialmente osservato, ma che non sono registrate e quindi regolarmente tassate) vediamo come qualche anno fa si parlava addirittura di miliardi, precisamente 208, pari al 12.6% dell’allora Prodotto Interno Lordo, con 11.8 provenienti dal solo traffico di droga, contro i 4 miliardi della prostituzione. Restando sempre in Europa, ma allargandoci all’intero continente, vediamo come le principali capitali, zone di confine e province ricche come Provenza, Andalusia e Lombardia siano le zone in cui vengono reinvestiti le maggiori somme di denaro sporco, questo principalmente in beni di lusso, immobili, aziende ma ultimamente anche in money transfer, VLT, smaltimento rifiuti e casino, in quelle quindi che possiamo definire come vere e proprie ‘lavanderie’ del crimine.

Il rapporto tra economia criminale e PIL

Può sorgere a questo punto spontanea una domanda: perché i proventi che derivano da questo tipo di economia non possono contribuire a costituire il Prodotto Interno Lordo di una nazione, incrementandone quindi il valore? Per cercare una risposta, senza dimenticare le motivazioni morali del caso, bisognerebbe innanzitutto citare il caso Grecia del 2006, quando quest’ultima rivalutò il proprio PIL in una misura del 25% maggiore, includendo stime fantasiose circa la reale dimensione dell’economia sommersa e riuscendo quindi a smascherare lo sforamento del rapporto deficit/PIL che era in atto ma con conseguenze poi non di certo rosee; anche l’Italia è stata protagonista di una vicenda simile nella sua storia, era infatti il 1987 quando Bettino Craxi agì di conseguenza, illudendoci per un periodo di aver raggiunto i livelli della Gran Bretagna. Se invece oltre alla cosiddetta economia ‘sommersa’ si includesse una stima anche di quella criminale (all’interno del PIL), si rischia di compiere un errore di logica economica: se il sommerso potrà venire alla luce del sole con una più efficiente lotta all’evasione e con una legislazione fiscale più semplice, l’economia criminale invece, non potrà mai emergere. Pure le attività lecite, in un ipotetico inserimento di quelle criminali nel PIL, sarebbero a rischio: quanto maggiore è la quota del PIL criminale, tanto più fragile è l’economia ‘lecita’ del Paese, in una situazione che dunque porterebbe in un lasso di tempo al collasso dell’intero sistema economico.

Mafie e fatturato

Col tempo, in particolar modo a seguito della ricostruzione post-bellica e del conseguente boom economico, il patrimonio delle maggiori organizzazioni criminali al mondo ha raggiunto cifre così elevate da aver spinto gli organi giudiziari a stilare un ranking basandosi proprio su questo dato. Si parte dal continente asiatico, dove opera un’organizzazione criminale denominata ‘Le Triadi’, operante perlopiù in Cina, le cui attività variano principalmente dal traffico di eroina e cocaina, al contrabbando di prodotti del tabacco e di immigrati clandestini, senza dimenticare il riciclaggio di denaro sporco proveniente da operazioni immobiliari, che permette a questa di raggiungere un fatturato annuo di circa 8 miliardi. Sempre restando nel territorio del Sol Levante, ecco che la giapponese Yakuza si ‘candida’ ad essere l’organizzazione criminale più ricca e potente al mondo, con un circolo d’affari che dovrebbe superare i 100 miliardi di introiti annui; troviamo successivamente in termini di fatturato la russa Solntsevskaya Bratva, con un incasso annuo di circa 70 miliardi di dollari e profitti derivanti soprattutto dal traffico di armi. E in Italia? La calabrese ‘Ndrangheta, protagonista soprattutto del traffico di cocaina, possiede un patrimonio tra i 60 e 70 milioni di euro; subito dopo troviamo la Camorra, con 33 miliardi annui, perlopiù derivanti da traffico di droga, imprese ed appalti pubblici, in un complesso di organizzazioni a livello mondiale diventato nel tempo così influente da poter influenzare l’intera economia del globo.

Gianluca Sormani

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