Minibond: strumenti finanziari innovativi per le PMI

In questo periodo di crisi le imprese cercano liquidità per fronteggiare la chiusura forzata e mancati incassi. Per le imprese non quotate esiste da qualche anno un canale di accesso al credito alternativi al classico canale bancario.

Una buona parte delle imprese nel nostro paese rientrano nella categoria di PMI (piccole e medie imprese), la cui struttura di finanziamento è caratterizzata principalmente da due fonti: capitale proprio della proprietà di suddette imprese e (in proporzione maggiore) debiti nei confronti del ceto bancario. L’accesso al mercato dei capitali è limitato per diverse ragioni: costi (di quotazione e mantenimento), maggior grado di trasparenza, divisione della quota di partecipazione (questo è in molti casi il problema maggiore).

Il Contesto

L’Italia è un paese caratterizzato da una presenza di numerose realtà imprenditoriali. A fine 2017, il numero di imprese ammontava a circa 4,4 milioni per un’occupazione pari al 30% della popolazione italiana (fonte Rilevazione Istat Dicembre 2019).
All’interno dell’intero panorama delle realtà imprenditoriali italiane si può identificare la categoria delle piccole medie imprese con una serie di criteri di separazione quantitativi; sono infatti considerate PMI, quelle società (fonte Rapporto Cerved PMI 2019):

  • che hanno un numero di dipendenti tra i 10 e i 250 
  • con un fatturato tra i 2 e i 10 milioni euro
  • con un attivo tra i 2 e i 43 milioni di euro 

In questo ampio insieme di imprese, si trovano realtà produttive molto diversificate tra loro, con esigenze differenti, accomunate tuttavia da problematiche quali il reperimento delle fonti di finanziamento (soprattutto per investimenti nel lungo periodo) e la non corretta pianificazione dei tempi relativi a incasso dei crediti e pagamento dei debiti (liquidità nel breve termine).
Per capire le finalità dello dei minibond è importante sottolineare quanto riportato dal  Rapporto Cerved PMI 2019: “Rispetto al periodo della crisi – n.d. 2008 – le PMI più solide non hanno difficoltà a reperire capitali, ma spesso preferiscono ricorrere a risorse generate internamente o a capitale proprio.” Si è scelto di analizzare questo strumento in quanto largamente utilizzato in tutta Europa e per le prospettive che potrebbero aiutare le imprese in questo difficile momento di crisi.

Lo strumento

Le informazioni di seguito riportate sono state estratte da un report di Borsa Italiana. Per far fronte alla necessità sempre crescente di diversificare le fonti di finanziamento, sono state introdotte, nel 2012, dal Decreto Sviluppo (Decreto Legge 83/2012), delle modifiche alla disciplina circa i limiti di emissione di obbligazione (anche previsti dall’art. 2412 cc).
Alcune considerazioni in merito all’utilizzo dei minibond:

  • Chi può emettere? Un’ulteriore limitazione, che ci permette di capire come mai questo strumento sia adatto alle PMI, riguarda i soggetti che possono emettere obbligazioni di questa tipologia. Possono quindi emettere minibond: SpA, Srl, Società Cooperative e mutue assicuratrici. Sono escluse le microimprese (società con meno di 10 dipendenti) e le società sottoposte a vigilanza da parte di Banca d’Italia (Banche, Sim, Sgr e altre). Si rimanda al sito di Borsa Italiana per i requisiti che le società devono rispettare in fase di pre e post emissione.
  • Chi può comprare?  La negoziazione di questi strumenti avviene sul sistema multilaterale di negoziazione ExtraMOT PRO, segmento di Borsa Italiana; questa precisazione più tecnica serve per chiarificare che la negoziazione è riservata ad investitori professionali (su questa specificazione si rimanda ai criteri di Consob in merito alla “Profilatura e valutazione di adeguatezza”), che di fatto esclude la maggior parte degli investitori (c.d. retail), su quest’ultima precisazione vi è tuttavia una modifica al Regolamento di emissione introdotta recentemente da Consob che ne permette la negoziazione su piattaforme di crowfunding.
  • I vantaggi.
    • L’orizzonte temporale, tramite il quale l’azienda deve ripagare il debito, è tendenzialmente di medio/lungo termine, questo va ad impattare sulla durata media degli strumenti di finanziamento che l’impresa ha adottato (per i più tecnici la duration);
    • la possibilità di diversificare le forme di debito iniziando un percorso di avvicinamento al mercato dei capitali per prospettive future di crescita, questo per le piccole aziende virtuose che vogliono detenere l’autonomia societaria è un forte incentivo;
    • la visibilità che l’azienda ne trae, essere conoscibili ad investitori esteri e istituzionali, ampliare quindi le fonti di provenienza dei capitali e al tempo stesso migliorare il proprio posizionamento nel mercato
  • Gli svantaggi.
    • il costo del debito per le imprese è sicuramente una delle motivazioni per le quali finora in Italia non hanno preso piede queste tipologie di strumenti, il tasso di finanziamento che caratterizza in larga parte il tasso cedolare (nel caso di pagamenti periodici) o il tasso a scadenza (nel caso di pagamento bullet, a scadenza dello strumento) sono di gran lunga superiori a quelli di un più classico prestito bancario;
    • in generale i costi per l’iter di ammissione a questo tipo di mercato, ivi compresi una serie di soggetti il cui coinvolgimento è necessario in questa fase (advisors), costi che comunque sono inferiori a quelli per la quotazione;
    • viene richiesta una maggior trasparenza dei dati forniti agli investitori, ricordiamoci che stiamo parlando di uno strumento volto a società di dimensioni contenute, con una struttura organizzativa e procedure diverse dalle grandi società quotate, quindi questo sicuramente non è un dettaglio di poco conto; spesso ci sono anche informazioni che la proprietà non vorrebbe rivelare per non avvantaggiare possibili concorrenti o acquirenti esterni.

A latere vi sarebbe poi una tematica più ampia riguardante il rating delle società emittenti e le macroaree di destinazione delle risorse raccolte che non vengono considerate in questa sede in quanto dettagli più tecnici.
Lo strumento ha avuto successo ? La risposta è duplice, il 6° Report Italiano sui Minibond a cura del Politecnico di Milano ha evidenziato “536 imprese italiane che alla data del 31 dicembre 2019 avevano collocato minibond ”. Il numero potrebbe infatti sembrare elevato, se non considerassimo che non tutte le società emittenti sono PMI (di quelle citate sopra solo 314, il 58,6% lo sono) e che il numero di questa tipologia di imprese è decisamente superiore. Accanto a questo si registra comunque un trend crescente, segnale che le imprese valutano positivamente la reale validità di questo strumento come alternativa al canale bancario. 

Le prospettive future

Tra le problematiche che hanno limitato in parte la diffusione di questo strumento, possiamo segnalarne due che interessano ambiti diversi: 

  • da un punto di vista dei rendimenti offerti, sono solitamente superiori al 5%, a volte anche al 7% (in media superiore rispetto a obbligazioni corporate di società quotate), questo impatta sulla rischiosità dell’investimento e sul costo di finanziamento per l’impresa emittente;
  • da un punto di vista culturale, si registra ancora una sorta di timore da parte di queste imprese, PMI, spesso con un concentramento della proprietà nelle mani di piccoli gruppi di imprenditori (in alcuni casi alcune di queste società sono a conduzione familiare) e una netta preferenza per il canale bancario, che rischia tuttavia di saturare il sistema.

Viene infine spontaneo chiedersi come mai siano tornati così in voga questo strumento che nel nostro paese non ha mai davvero fatto presa sul tessuto imprenditoriale a cui è destinato.
Recenti modifiche sono state incluse nel Decreto Legge n. 23 del 8 aprile 2020 (c.d. Decreto Liquidità), di cui è stata fatta un’interessante analisi nell’articolo “Decreto liquidità: fondo di garanzia e finanziamenti alle PMI” di Matteo Berisha, stimato collega. In particolare, da questa analisi si evince che i minibond potrebbero essere considerati come uno strumento efficace per superare questa crisi, soprattutto con riferimento alla necessità di liquidità immediata e di ricapitalizzazione, le novità apportate dal decreto infatti consentirebbero un’emissione garantita di questi prestiti, che dunque ridurrebbe la rischiosità insita in investimenti alternativi di questo tipo.

Alessandro Gastaldello

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