Tra evasione e fisco: il mondo segreto dei paradisi fiscali

Scandali, film e rivelazioni: analizziamo la storia e le caratteristiche di questi luoghi tanto discussi ma al contempo ‘ricercati’ da alcune società e non solo.

Leonardo di Caprio diretto in Svizzera alla ricerca di un luogo sicuro in cui depositare milioni di dollari, all’epoca Jordan Belfort in ‘The Wolf of Wall Street’, è l’immagine più iconica collegata a questo mondo. Paesi questi, dalle piccole isole nell’Oceano Pacifico a superpotenze mondiali, che garantiscono prelievi fiscali minimi o addirittura nulli in termini di tasse sui depositi bancari, attirando quindi ingenti quantità di capitale da altre nazioni in cambio di una tassazione estremamente ridotta.

Tradizioni e caratteristiche

Il concetto di ‘paradiso fiscale’ ha origini ben più antiche di quelle che si possano immaginare: già circa 1700 anni fa alcuni cittadini Romani benestanti, per fuggire alla tassazione di Roma, preferirono diventare a tutti gli effetti sudditi dei confinanti regni barbarici pur di non erogare cifre esorbitanti in imposte. Riconosciamo però agli Stati Uniti il ‘primato’ di paradiso per come lo intendiamo oggi: terra di rinascita e riscatto, che spinse alcuni padri pellegrini ad emigrarvi non soltanto a causa di motivi politici o legati alla religione, bensì per sfuggire alle cospicue tasse della Corona; geograficamente parlando invece, i Paesi in questione sono in buona parte isole o arcipelaghi, tra i quali appunto il territorio britannico delle Isole Cayman, che possono ‘fregiarsi’ del titolo grazie alla volontà di re Giorgio III, il quale promise l’esenzione dalle tasse per gli abitanti in seguito al salvataggio da parte di questi dell’equipaggio di dieci navi mercantili, alla fine del ‘700. Generalmente comunque vediamo Paesi in cui il regime di imposizione fiscale è nullo o quasi, che favorisce principalmente ricchi privati o rende conveniente stabilire in questi la sede di un’impresa (società offshore), grazie anche alle rigide regole sul segreto bancario, per le quali sono possibili le transazioni coperte.

Tra isole e superpotenze

In riferimento a una lista emanata nel febbraio 2020 da parte del Tax Justice Network, vediamo al primo posto in questa speciale classifica le già citate Isole Cayman, in tempi recenti inserite nella blacklist dell’Unione Europea, che comprendeva già Belize, Fiji, Oman, Samoa, Trinidad e Tobago, Vanuatu, Samoa Americane, Guam e Isole Vergini: territori perlopiù remoti, in molti casi privi di una valuta nazionale propria,di esercito, di rappresentanze politiche e sindacati davvero rappresentativi. Al secondo posto invece, agli antipodi per struttura, caratteristiche e rilievo internazionale troviamo gli Stati Uniti, grazie alla segretezza garantita (non aderiscono al Common reporting standard dell’Ocse) e alle agevolazioni fiscali per i non residenti, a livello Federale e dei singoli Stati, che per la prima volta sorpassano la Svizzera in questo contesto. Doveroso citare la Gran Bretagna, piazzatasi allla 12esima posizione in seguito all’uscita dall’UE, senza dimenticare gli europei Paesi Bassi, Lussemburgo, Irlanda e l’ ‘oasi’ Singapore: vi è la preoccupazione, economicamente parlando, che proprio come quest’ultimo possa diventare il territorio inglese.

Società offshore e leader: i Panama Papers

Uno scandalo, quello dei Panama Papers (nome a cui si ispira l’omonimo film), venuto alla luce nel 2016: letteralmente è un fascicolo, più precisamente fascicolo riservato digitalizzato, composto da circa 11,5 milioni di documenti, creato dallo studio legale panamense Mossack Fonseca e che fornisce informazioni su 214.000 società offshore, manager ed azionisti, ma anche privati e funzionari pubblici che al fine di eludere il controllo statale si sono ‘rifugiati’ appunto in questi paradisi fiscali. Tra i vari fogli spiccano i nomi di 5 leader mondiali, dall’Arabia Saudita all’Argentina, dagli Emirati Arabi Uniti all’Islanda, fino all’Ucraina, ma anche di collaboratori, parenti e funzionari di governo. Un modo questo, tramite cui appunto privati e società eludevano il fisco del proprio Paese di origine: queste, in particolare, assumono una forma ben precisa e da qui è spiegato il denominativo ‘offshore’. Letteralmente significa infatti fuori giurisdizione, ‘scatole vuote’ cui fanno capo attività finanziarie o commerciali svolte in altri Stati, per indicare appunto società costituite in Paesi con limitate spese fiscali ed alti livelli di privacy, a tal punto che questi non rispondono nemmeno alle richieste delle magistrature straniere. La diffusione di queste società, oltre ai notevoli vantaggi che ha portato nelle tasche dei fondatori, è stata possibile anche grazie alla facilità con cui possono essere costituite: massimo 48 ore, addirittura talvolta senza nemmeno il bisogno di un titolare, servendosi di prestanome o nomi di fantasia. Sicuramente, la divulgazione di questi documenti può essere annoverata tra i maggiori colpi inflitti all’ecosistema dei paradisi fiscali, che comunque vedono ogni anno miliardi di dollari passare per le loro banche.

Gianluca Sormani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

it Italiano
X